Con Trump nasce l’impero della minaccia
Ciò che ieri era impensabile, oggi diventa realtà: il presidente Usa non sembra conoscere limiti

In poco più di un anno come presidente, Donald Trump è riuscito a rovesciare ogni paradigma delle relazioni internazionali dal secondo dopoguerra in avanti.
Ricordiamo alcuni esempi. Ha umiliato in diretta televisiva Volodymyr Zelensky, il leader di una nazione che combatte, dopo essere stata attaccata, contro la Russia e che, fino a prova contraria, è ed è stata sostenuta dagli Stati Uniti, almeno formalmente. Ha arrestato il leader di un’altra nazione, il venezuelano Nicolás Maduro, accusando quest’ultimo di essere un narcotrafficante e presentando un’azione di guerra contro un altro Stato come un’operazione di polizia compiuta in un sobborgo americano. E, dulcis in fundo, minaccia la Groenlandia e la Danimarca, non mostrando alcuna remora nel mettere in dubbio le radici della Nato, l’alleanza militare forgiata proprio dagli Usa dopo la seconda guerra mondiale. Sintomatica anche la precisazione del segretario di Stato Marco Rubio che, volendo rassicurare rispetto a un’azione militare comunque non esclusa dalla Casa bianca, dichiara pubblicamente che – in verità – Trump non vuole attaccare la Groenlandia, ma solo comprarla. Come se fosse una cosa normale. Come se fossimo ancora nell’Ottocento, quando effettivamente gli Stati Uniti comprarono la Louisiana dalla Francia.
Pur nella sua dimensione distruttiva, la Seconda Guerra mondiale portò con sé un afflato palingenetico. Si consolidava il mito degli Stati Uniti come Paese “campione della libertà”: “i liberatori”, così vengono ricordati gli americani sul suolo italiano, popolato da fascisti e dalle truppe naziste dopo l’armistizio.
Questo mito è stato, nel corso dei decenni, fortemente criticato a destra e a sinistra. Tra i capisaldi di questa critica, si trovano annoverati la visione imperialista statunitense, l’americanizzazione della società e la sostituzione del tradizionale colonialismo con una nuova forma di colonizzazione più subdola e sottile, ampiamente radicata in un forte condizionamento nell’ambito valoriale, culturale ed economico.
Ma fino ad oggi – anzi, all’anno scorso – queste critiche, anche fondate, venivano assorbite da una formula: gli Stati Uniti, diversamente dall’Unione Sovietica, erano un empire by invitation. In altri termini, mentre l’Urss imponeva con la forza il comunismo nei Paesi dell’Est alla fine degli anni Quaranta, gli Stati Uniti erano in grado di attrarre a sé e al proprio modello gli Stati occidentali. Certo, per il proprio interesse, per esercitare un’egemonia globale. E non in tutti i contesti “l’invito” è stato gentile, per usare un eufemismo.
Ma il passo di Trump sposta ben più avanti la linea di demarcazione.
Forse il presidente americano non ha davvero intenzione di usare l’esercito contro la Groenlandia. Ma anche solo aver dichiarato di considerare la possibilità di percorrere questa opzione è di una gravità inaudita. Il punto è proprio questo: ciò che ieri era impensabile, oggi diventa realtà. Trump non sembra conoscere limiti.
“L’impero su invito” è diventato “l’impero sulla minaccia”. Nella migliore delle ipotesi. —
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