Il Carroccio smarrito nella morsa delle destre

La Lega sembra aver smarrito la vita. Salvini ci ha messo del suo, ma nessuno ha mai osato contestarne apertamente le scelte

Francesco JoriFrancesco Jori
Il leader della Lega Matteo Salvini
Il leader della Lega Matteo Salvini

I venti di bufera che soffiano su Salvini non rischiano di destabilizzare solo il Capitano, ma l’intero esercito di una Lega che sembra aver smarrito da tempo la “diritta via”. Lo certificano i riscontri elettorali, gli unici a fare testo: dal picco delle Europee 2019, con il 34 per cento, i consensi sono franati fino al 9 delle Politiche 2022; quota mantenuta alle Europee 2024 solo grazie al tampone di Vannacci.

Nelle successive Regionali il calo è stato vistoso dovunque, con l’unica eccezione del Veneto, stavolta grazie a san Luca (Zaia) da Treviso. I sondaggi in corso danno il partito sistematicamente sotto al 6%.

Ormai a ridosso del voto 2027, ce n’è che basta per alimentare tra i leghisti un clima da “notte delle scope”, quella che nel 2012 provocò la defenestrazione di Bossi. Che i malumori detti a mezza bocca si traducano in cambiamenti radicali, è però tutto da dimostrare. Rispetto al precedente del 2012, c’è infatti una differenza sostanziale.

È vero che Salvini è andato via via gestendo il partito con uno stile da marchese del Grillo, stravolgendone la linea politica con scelte unilaterali, e cavalcando proteste anziché coltivare proposte. Ma è altrettanto vero che mai nessuno, nell’unica sede che conta vale a dire i consigli federali, ha mai osato contestarne apertamente le scelte; semmai avallandole sia pure in modo tartufesco. A riprova che la Lega può contare alla base su un diffuso ceto politico di qualità, ma ai vertici soffre di una cronica carenza.

Dato a Matteo quel che è di Matteo e così pure al gruppo dirigente nazionale, bisogna chiarire che quella della Lega è una crisi che viene da lontano e che va oltre i limiti del suo segretario. A sconquassarla oggi è certo l’incursore Vannacci: ma è solo il fattore scatenante, in un contesto politico, economico e sociale che sta mettendo a soqquadro l’intero quadro partitico, costringendo i suoi protagonisti a ridefinire identità, strategie, linguaggi. In tal senso, il caso della Lega è esemplare.

Nel passaggio tra prima e seconda Repubblica, ha saputo conquistare un ruolo e un peso determinanti (anche senza andare mai a doppia cifra elettorale) per aver scelto di dare voce a un vasto mondo sommerso fino ad allora invisibile, politicamente orfano di rappresentanza, aggiungendo il suo consenso di voti a quello del suo zoccolo duro.

Non è esatto dire che la Lega ha fatto da sindacato del nord: lo è stata di un certo nord, alternativo a quello della grande impresa, del sindacato, delle associazioni di categoria; a un asse contro Roma ne ha aggiunto uno contro Torino. Oggi si trova schiacciata tra le due destre soft di Meloni e hard di Vannacci, e un arcipelago moderato privo di un soggetto che lo sappia interpretare: a partire da Forza Italia, inchiodata a una percentuale a una sola cifra.

Ammettendo di cambiare Salvini, il prodotto non cambia: il riferimento a cui guardare è semmai quel magma di delusi dall’odierna politica, che conta su quattro italiani su dieci. E che chiedono a chi vorrebbe rappresentarli un linguaggio di verità non discorsi da ciarlatani. Ostinati, come suggeriva Italo Calvino, nel non volersi rassegnare all’estinzione.

 

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