Il muro che il centrosinistra deve rompere

Finché le forze di opposizione non decideranno di costruire un’identità collettiva basata sui bisogni materiali della popolazione piuttosto che sulla geometria delle alleanze, rimarranno prigioniere di un racconto scritto da altri per assicurarne la perpetua sconfitta

Flavio Zanonato
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Roberto Gualtieri
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Roberto Gualtieri

L’analisi delle attuali dinamiche politiche italiane rivela l’esistenza di una manovra a tenaglia, metodica e quasi scientifica, volta a sminare sul nascere ogni velleità di alternativa da parte del centrosinistra. Non si tratta di una semplice divergenza di opinioni, ma di una strategia di “balcanizzazione” del campo progressista, attuata attraverso un bombardamento mediatico e retorico che punta a trasformare ogni potenziale punto di forza in un fattore di debolezza paralizzante.

Questa narrazione, alimentata tanto dai detrattori storici quanto da settori interni allo stesso schieramento e da una certa stampa “amica” ma ipercritica, si poggia su pilastri ideologici costruiti ad arte per indurre un perenne stato confusionale.

Il primo di questi pilastri è l’utilizzo della politica estera come clava morale: si dipingono il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi e Sinistra come corpi estranei alla cultura atlantista ed europea, dimenticando che la storia repubblicana è costellata di coalizioni con sensibilità internazionali divergenti che hanno comunque trovato sintesi di governo. L’obiettivo è cristallizzare l’idea che il Pd sia l’unico garante dell’ordine costituito, costringendolo all’isolamento e all’irrilevanza elettorale.

In questo scenario, la figura di Elly Schlein viene sistematicamente bersagliata da un fuoco incrociato che nega la legittimità del mandato popolare ottenuto alle primarie. La segretaria viene descritta alternativamente come troppo radicale per i moderati o troppo istituzionale per le piazze, in un gioco di specchi che mira a svuotarne l’autorità politica.

La ricerca ossessiva del “leader unificatore” esterno, il cosiddetto Papa straniero, non è altro che un espediente per delegittimare i leader dei partiti che dovrebbero, per logica democratica, guidare la coalizione. Si evocano nomi improbabili, si citano figure come Silvia Salis in modo strumentale per polarizzare lo scontro o si rispolverano tecnocrati dal passato, col solo fine di dire che “chi c’è oggi non va bene”.

Anche lo strumento delle primarie viene trasformato in una trappola retorica: se si celebrano, vengono raccontate come il palcoscenico di una guerra civile interna; se si evitano, diventano la prova di un accordo di vertice tra oligarchie distanti dai cittadini.

Il ricatto incrociato tra Conte e Schlein viene alimentato quotidianamente: si instilla il dubbio che una vittoria dell’uno porterebbe alla fuga dell’elettorato dell’altro, ignorando che l’elettorato di centrosinistra chiede spesso proprio quella sintesi programmatica che i media dichiarano impossibile. Questo continuo “girare il coltello nella piaga” serve a mantenere le forze politiche in uno stato di difesa reattiva, costrette a passare le giornate a smentire retroscena invece di dettare l’agenda sui temi sociali, sul lavoro, sulla sanità e sull’ambiente.

La differenza con il centrodestra, in questo senso, viene costruita artificialmente: mentre le profonde e talvolta violente divergenze tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia vengono derubricate a “vivace dialettica di coalizione”, ogni minima sfumatura nel centrosinistra viene elevata a scisma insanabile. È una asimmetria comunicativa che ha lo scopo ultimo di indurre l’elettorato progressista alla rassegnazione e all’astensione.

Questa strategia del caos calcolato trova sponde inaspettate in quegli opinionisti che, pur dichiarandosi di area, preferiscono la purezza della sconfitta alla complessità del compromesso di governo, alimentando un purismo ideologico che è il miglior alleato della conservazione. In definitiva, l’obiettivo non è convincere gli italiani della bontà delle proposte della destra, ma convincerli dell’inesistenza di un’alternativa credibile confinando il centrosinistra in un angolo dove la discussione non è mai sul “cosa fare per il Paese”, ma soltanto su “con chi stare”.

Finché le forze di opposizione non decideranno di rompere questo schema, ignorando le provocazioni mediatiche e costruendo un’identità collettiva basata sui bisogni materiali della popolazione piuttosto che sulla geometria delle alleanze, rimarranno prigioniere di un racconto scritto da altri per assicurarne la perpetua sconfitta.

La confusione non è un accidente della storia, ma un prodotto confezionato con cura per garantire lo status quo, un rumore di fondo che impedisce di sentire la domanda di cambiamento che pure attraversa il Paese, ma che resta soffocata. 

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