Un mondo in confusione, intanto l’Unione europea lascia fuori l’Ucraina
Mercoledì gli ambasciatori dei Ventisette hanno deciso di non aprire una corsia preferenziale per l’adesione di Kiev all’Ue

Nella confusione che facilita le sciocche divisioni, ci siamo persi un pezzo di Ucraina. Mercoledì gli ambasciatori dei Ventisette hanno deciso di non aprire una corsia preferenziale per l’adesione di Kiev all’Unione.
L’idea, circolata nelle scorse settimane, prevedeva una formula condizionale “inversa” secondo cui Zelensky avrebbe avuto un primo parziale accesso al consesso comunitario e, gradualmente, avrebbe potuto mettersi in regola con l’intero quadro legislativo. Il senso era che, attraverso un avvicinamento a Bruxelles, sarebbe stato più semplice convincere l’opinione pubblica bombardata da quattro anni a digerire la perdita di territorio in cambio della pace e dell’abbraccio occidentale.
Una parte rilevante dei delegati delle capitali europee ha detto che non se ne parla. Ci saranno armi e sostegni finanziari. Ma la storia, al momento, finisce qui. La politica estera è un’illusione neanche tanto pia con cui l’Unione si balocca da decenni. La guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro gli orridi ayatollah ha ulteriormente amplificato ipocrisie, contraddizioni, incertezze e divisioni a Ventisette già messe a dura prova dall’aggressione russa all’Ucraina. L’unica possibilità perché l’Europa possa contare qualcosa nel duello fra America e Cina, auspicato e ottenuto dall’immobiliarista della Casa Bianca, sta in una crescita competitiva fondata su progetti comuni e su un’indipendenza che rafforzi tecnologia e sicurezza. Nel caos imperante, il match dei veleni rende invece più deboli anche le iniziative che hanno senso. Come l’offerta francese di destinare il suo ombrello atomico a chi lo vuole, mossa di potenza e deterrenza non priva di caveat (il pulsante resta a Parigi), accolta da otto Paesi e non dall’Italia, imputata di guardare più a Washington che a Bruxelles, e comunque distratta dall’anti-macronismo alimentato dalla Lega.
Servito l’amaro calice a Kiev, l’Unione fatica a definire una posizione ferma sulla Furia Epica. Non sorprende. Le istituzioni devono parlare a nome di Stati ancora privi di una trasparente linea comune. La differenza fra lo spagnolo Sanchez che dice a Trump di smetterla, e Meloni che invita il sanguinario regime di Teheran a fermare gli attacchi ai Paesi del Golfo, è evidente, di più quando da molte cancellerie piove solidarietà a Madrid. L’agenda diplomatica, da noi e non solo, risponde in prima battuta alle esigenze di campagne elettorali interne che non sembrano mai aver fine.
Poi, come sempre, l’elefante si ricompone. Berlino ci ripensa, parla della Spagna e assicura “che non ci faremo dividere”. L’Italia riallaccia con la Francia e, insieme con la Grecia, si muove per tutelare Cipro. Meloni e Macron si telefonano. La versione di Chigi è che “abbiamo ribadito il comune impegno per sostenere le Nazioni (sarebbe corretto dire “i Paesi”, no? ndr) del Golfo colpite dagli ingiustificabili attacchi iraniani e evitare un’escalation militare in Libano”. Fra due settimane i leader Ue dovranno valutare le ricadute dei conflitti su difesa, economia, prezzi e migrazioni, magari senza litigare. Errori e rinvii non possono che compromettere la credibilità dei singoli governi e del patto europeo. I cittadini chiedono concordia, soluzioni e pace. Le vogliono in casa, cioè in Europa, dunque anche in Ucraina, ferita collettiva continentale che oggi, fra un trumpismo e l’altro, rischia drammaticamente di passare in secondo ordine, come se non ci riguardasse da vicino.
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