L’immigrazione che serve all’economia del Nordest
La richiesta di manodopera è sempre più pesante. Serve puntare su lavoratori qualificati e promuovere una loro piena integrazione

Un’altra immigrazione è possibile; anzi, necessaria. La sequenza di interviste proposte da questo giornale con autorevoli imprenditori ed economisti del Nord Est trova un comun denominatore in una chiave di lettura che delinea una terza via rispetto allo scontro in materia tra crociati dei muri a oltranza e buonisti delle porte aperte a prescindere.
Di “foresti” ha vitale bisogno non solo quest’area geografica, ma l’intero Paese, perché senza di essi andrebbero a cartoni i conti pubblici e privati; ma deve trattarsi di un’immigrazione mirata, che punti su lavoratori qualificati e promuova una loro piena integrazione.
L’Italia è abissalmente lontana da un simile approccio al problema, riducendolo a una questione di sicurezza e di ordine pubblico, e appesantendolo con una burocrazia ottusa e dai tempi biblici. Dal 1986 a oggi, nell’arco di quarant’anni sono state varate ben sette sanatorie, che hanno regolarizzato poco più di un milione e mezzo di persone; quota del tutto inadeguata a soddisfare le richieste del mondo del lavoro.
Ancor peggio con i decreti sui flussi: nel 2024, sulle 151 mila quote previste i permessi rilasciati sono stati meno del 9%, a causa di tempi sfibranti che hanno comportato una mortalità burocratica del 90%.
Ad appesantire il tutto concorre un’irrisolta questione di fondo: da noi occorre aver compiuto i 18 anni per richiedere la naturalizzazione (con lunghe attese per ottenerla): uno dei requisiti più lunghi d’Europa.
Per chi fa impresa, la richiesta di manodopera si fa sempre più pressante specie in agricoltura, edilizia, logistica, turismo, manifattura in genere, servizi alla persona.
Alle aziende servirebbero 1, 3 milioni di immigrati; ma col decreto flussi 2026 il governo ha autorizzato appena 165 mila quote. Il crescente calo demografico dei nuovi italiani è destinato a rendere il gap sempre più devastante: per mantenere il rapporto lavoratori-pensionati e sostenere il Pil, secondo i dati dell’Osservatorio Conti Pubblici, occorrerebbero 500 mila nuovi permessi all’anno entro il 2035.
Oltretutto, smentendo i luoghi comuni dei talebani del “non passa lo straniero”, l’immigrazione già oggi conviene: lo scorso anno, gli occupati “foresti” hanno contribuito per il 9% al Pil, e hanno garantito un apporto significativo al gettito fiscale e previdenziale; nel bilancio di quanto spende per loro e quanto introita, lo Stato risulta in attivo per 4 miliardi e mezzo.
Certo, non ci si può ridurre a un’accoglienza generica, che importi manovalanza di basso profilo destinata a coprire i buchi lasciati dagli italiani nei segmenti più marginali del mondo del lavoro.
Manca una strategia che accompagni l’immigrato dall’arrivo a una piena integrazione: servono misure che vadano dall’apprendimento della lingua a quello delle regole, dalla qualificazione professionale all’accesso a servizi di base a partire dalla casa; come accade altrove in Europa, dalla Francia alla Spagna, dalla Germania alla Svezia. Da noi, siamo fermi al “rimandiamoli a casa”.
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