L’ombra dell'Austerity sul Governo: Meloni al bivio tra razionamenti e calo dei consensi
Dalle targhe alterne allo smart working forzato: il piano di emergenza per la guerra in Iran rievoca i tempi di Aldo Moro. Con la maggioranza divisa e le casse vuote, la Premier cerca la sponda delle opposizioni per evitare il declino precoce. Ma il "cerchio di fuoco" di aprile resta un'incognita fatale

Se quella che stiamo per affrontare è una fase di rinunce faticosa ed estenuante, denominata Austerity, grazie a una guerra in Iran di cui non si vede la fine, ma solo una continua escalation all’insegna della “follia” (copyright Guido Crosetto), allora c’è da chiedersi come farà la premier a superare indenne questo cerchio di fuoco. Specie con una maggioranza lacerata dai conflitti interni post-referendum, un partito sotto schiaffo e con le casse dello Stato vuote.
Certo, gli esempi non sono confortanti: dopo aver toccato il picco di consensi nel 2020 con il suo secondo governo per la gestione della pandemia, Giuseppe Conte due anni dopo vide dimezzare i voti dei 5 stelle. E fatica ancora a tenerli in cassaforte. Perfino Winston Churchill fu bocciato dagli inglesi dopo aver vinto la guerra.
E nel 1976, un gigante del pensiero come Aldo Moro, dopo due anni di austerity patiti dagli italiani (domeniche a piedi, chiusure anticipate negozi, strade buie), si affidò alla Rai per indurre abitudini più frugali e scoraggiare le famiglie a uscire in automobile la domenica fuori porta: per questo nacque Domenica In, un intero pomeriggio di intrattenimenti catodici per tutte le età. Rivedere i palinsesti per contenere i consumi di energia, questo fu il diktat di allora. Ma l’inflazione cresceva e calava il consenso verso la Dc, che in quegli anni subì quasi il sorpasso dei temuti comunisti. Tanto da far nascere i governi di solidarietà nazionale, con l’appoggio del Pci di Enrico Berlinguer, proprio per fronteggiare insieme la crisi.
Per questo, l’appello di ieri di Guido Crosetto alle opposizioni a stare uniti in una fase drammatica come questa forse non dovrebbe essere lasciato cadere. Le analogie con quella situazione di incertezza totale del Paese non mancano, non ultima un vistoso calo di consensi per il governo in carica. Ma è tutto da vedere se domani la premier in Parlamento riuscirà a piegare il suo istinto e a usare gli stessi toni morbidi del suo ministro della Difesa e toni più duri verso il suo alleato Donald: sarebbe forse la sola chiave per tentare di rompere il ghiaccio con un’opposizione incline a sfruttare la sua debolezza più che ad aiutarla a gestire la crisi.
Torna dunque la domanda: come farà la premier a uscirne indenne? È evidente quanto Meloni sia in grande affanno: prova a darsi da fare come può e domani spiegherà che misure adottare di fronte alle Camere: la missione in Arabia le è servita a toccare con mano la penuria di forniture e il terremoto che ha travolto gli shopping center del Golfo. Sa che aprile può essere un mese “fatale”, tanto che il piano di emergenza sul tavolo di Palazzo Chigi, può portare al razionamento dei carburanti per aerei, alle targhe alterne per le auto come negli anni ‘70 e allo smart working hard per il settore pubblico. Peggio che durante il lockdown per certi versi. Poco da ridere per un ceto medio abituato male, che potrebbe non avere energia sufficiente in estate per i condizionatori e che forse dovrà rinunciare a giornate al mare perché non possiede due auto pari e dispari.
Un purgatorio che potrebbe condannare Giorgia Meloni al rapido declino, visto il contesto in cui le tocca operare, a meno che il caso fortuito non facesse terminare i due conflitti in Iran e Ucraina. Per ora la premier deve sperare che Bruxelles ci conceda di spendere in deficit per cause eccezionali, così come prevedono i trattati, e che lo stretto di Hormuz riapra al più presto.
Forse però in mezzo a tante nubi, nel sentiment del Paese si stanno creando le condizioni per avviare campagne di contenimento dei consumi che godrebbero della sicura spinta delle nuove generazioni, al pari di misure per spingere la produzione di energie alternative: la conferma dei bonus di imprese 5.0 per la transizione ambientale, prima ridotti, poi reintrodotti, va in questa direzione. E forse, visto che la chiave della vittoria all’ultimo referendum sono stati i giovani, con misure di questo tenore magari la premier potrebbe riguadagnare il consenso della generazione Z. Ma dopo aver ingaggiato una battaglia in Europa contro il “green deal” e con Matteo Salvini che spinge per un ritorno al nucleare, anche questa conversione è in salita.
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