Il rischio del ritorno al terrorismo
Dagli anni Sessanta, il terrorismo internazionale è diventato anche uno strumento di guerra. Molto prima dell’avvento di quella che oggi definiamo “guerra ibrida”, ha reso evidente l’eterogeneità dei mezzi utilizzati nell’alveo dei conflitti tradizionali

Due attacchi terroristici in meno di ventiquattro ore. Gli Stati Uniti si scoprono così vulnerabili alla possibilità di attacchi. Dagli anni Sessanta, il terrorismo internazionale è diventato anche uno strumento di guerra.
Molto prima dell’avvento di quella che oggi definiamo “guerra ibrida”, il terrorismo ha reso evidente l’eterogeneità dei mezzi utilizzati nell’alveo dei conflitti tradizionali. Gli attentati contro l’Università della Virginia e la sinagoga in Michigan offrono ulteriori conferme dell’impatto del terrorismo, utile mezzo per esportare un conflitto sul territorio occidentale senza la necessità di utilizzare direttamente le bombe.
Non sarà certo una sorpresa per l’amministrazione Trump. L’Iran, da quasi cinquant’anni, è indicato dalle intelligence occidentali come uno degli Stati più attivi nel sostenere il terrorismo internazionale.
Hezbollah, il partito-milizia sciita, che domina in Libano, è uno dei proxy iraniani. Tuttavia, sebbene tre delle componenti del cosiddetto asse della resistenza (gli Houthi nello Yemen, le Forze di Mobilitazione Popolare e la Resistenza Islamica in Iraq) rimangano formazioni in grado di agire, Hezbollah è stata duramente colpita dall’azione militare israeliana. Inoltre, la situazione a Teheran non sembrerebbe la più propizia per favorire azioni terroristiche all’estero.
L’assassinio di Khamenei padre e la precarietà della leadership di Khamenei figlio, che gli è succeduto, ci orientano a ritenere che gli ayatollah siano più concentrati sulla necessità di ridefinire il regime, che all’esportazione del terrorismo. Infine, il terrorismo è uno strumento razionale: si sceglie di lanciare una campagna terroristica perché ritenuto politicamente efficace.
E non sarebbe affatto razionale farlo ora contro civili occidentali, visto il basso livello di sostegno che l’intervento militare contro l’Iran ha suscitato nell’opinione pubblica europea e persino statunitense. C’è un però. Il dubbio assume concrete fattezze dall’analisi dei due attentati di lunedì. Quello contro l’Università in Virginia è stato compiuto da un convinto supporter dell’Isis, già conosciuto per le sue attività eversive.
Un esempio di radicalizzazione pregressa, che si attiva con la realizzazione di attentati a tempo opportuno. Nel caso della sinagoga, invece, l’attentatore è un cittadino americano nato in Libano che aveva sofferto la perdita di alcuni parenti prossimi nel corso dell’attacco militare statunitense del 5 marzo.
Due casi che devono far riflettere: per quanto il terrorismo sia uno strumento razionale, infatti, la persistenza del conflitto e l’instabilità dell’Iran possono lasciare spazio ad azioni più improvvisate (ma non per questo meno pericolose) o ridestare voci radicali, finora contenute in tempo di pace.
A seconda della direzione che prenderà la situazione in Iran, l’aumento del rischio terroristico – sia in Iran che nella regione, in Europa e nei paesi che sostengono o sono alleati degli Stati Uniti e di Israele – potrebbe rivelarsi un boomerang, poiché la maggiore attenzione rivolta alla competizione tra grandi potenze è spesso andata a discapito di quella dedicata al terrorismo e alla lotta al terrorismo.
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