Mattarella e il 25 Aprile: il monito del Quirinale sulla memoria della Patria

Il Capo dello Stato riafferma i valori della Resistenza come fondamento della Repubblica, stigmatizzando velatamente chi tenta di equiparare partigiani e repubblichini. Meloni riconosce la sconfitta dell'oppressione fascista

Carlo BertiniCarlo Bertini

C’è un messaggio forte, destinato a tutti gli italiani, che campeggerà stamane sulle prime pagine di tutti i giornali, “il 25 aprile è Libertà, ora e sempre Resistenza!”. Ed uno meno esclamato, di cui non si fatica a immaginare il destinatario: il ricordo delle “province cadute sotto il dominio hitleriano con i suoi zelanti complici fascisti”...” e la celebrazione “di una Repubblica nata per redimere l’onta dei collaborazionisti”.

Sergio Mattarella non è uso a lasciarsi andare a qualsivoglia richiamo alle altre (ed alte) cariche istituzionali: ma quest’anno sembra voler stigmatizzare chi non si riconosce in pieno in questi valori, tanto più se copre ruoli apicali in Parlamento.

Nelle sue parole, si percepisce una sorta di monito al suo vicario, a colui che dopo il Presidente della Repubblica, è il più alto in grado nella scala gerarchica dello stato-nazione: il presidente del Senato. Il quale si è limitato ad uno scarno comunicato per “celebrare doverosamente il 25 aprile”, senza aggiungere altro.

Ma che giorni fa aveva ribadito di ritenere giusto omaggiare non solo i partigiani della Resistenza, ma anche i caduti della Repubblica di Salò. Superando un confine che per il capo dello Stato – a sentire il discorso pronunciato nelle Marche, liberate dai nazisti e dai loro “solerti collaborazionisti” – non può essere varcato: perché al di là dell’umana pietas per tutti i morti in guerra, chi guida le istituzioni non dovrebbe celebrare chi stava dalla parte sbagliata della storia.

All’equidistanza tra partigiani e repubblichini di La Russa, si somma poi la celebrazione fatta dal presidente del Senato dell’ottantesimo anniversario della nascita del Msi: fondato da “un gruppo di uomini sconfitti che scelsero di non arrendersi e di guardare al futuro”, sotto le insegne della fiamma, “segno di continuità, di amore e di resilienza”.

Continuità da cosa, se non dagli ideali del fascismo, considerato che il primo simbolo del MSI vedeva la fiamma sprigionarsi da un trapezio, interpretato da molti reduci come la bara di Mussolini?

Da questo ‘uno-due' si capisce perché il capo dello Stato, custode di una Carta costituzionale sempre interpretata “in purezza”, senza sbandierarlo al vento, ma scegliendo questa data solenne, abbia sentito il bisogno di alzare idealmente una mano in segno di stop. Aggiungendo una chiosa che evoca le rivendicazioni di patriottismo della destra italiana nata sulle ceneri del Msi: “Le celebrazioni della resistenza non sono di maniera, a muoverci non è l’ideologia, ma è l’amor di patria”, scandisce Mattarella. Quasi a rimarcare che i fondatori della nostra Patria furono quelli che si opposero e combatterono il fascismo, non altri.

Se questo velato monito sia servito a qualcosa, lo si vedrà il prossimo 25 aprile. Ma va registrato che ieri un altro passo avanti nel riconoscimento delle ragioni dei vincitori a scapito di quelle dei vinti lo ha fatto Giorgia Meloni, dopo aver sfilato con le massime cariche dello Stato a fianco di Mattarella di fronte al milite ignoto, principale simbolo unitario della nazione: “Il popolo italiano ricorda uno dei momenti decisivi della propria storia: la fine dell'occupazione nazista e la sconfitta dell'oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia".

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