Il quinto anno di martirio ucraino

La Russia non nasconde la sua intenzione finale: estendere il suo dominio sugli altri Stati che componevano l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche

Vincenzo MilanesiVincenzo Milanesi

Inizia il quinto anno da quando l’esercito russo ha invaso l’Ucraina. Quella guerra ha fatto centinaia di migliaia di morti e feriti, sta infliggendo enormi sofferenze alla popolazione civile nelle città, bombardate giorno e notte, senza riscaldamento, senza luce né acqua, in questi giorni con 20 gradi sotto zero. L’opinione pubblica qui in Italia sembra quasi essersene dimenticata.

Ma proviamo a osservare questa tragedia europea da un altro punto di vista rispetto a quello della geopolitica, cioè da quello etico-politico, mettendo in gioco principi di carattere morale.

Ogni guerra è una tragedia. Eppure troppo spesso nella storia umana il prezzo della fine di un conflitto è una pace senza giustizia. Che, in quanto tale, non è una vera pace. Come quella che ora Donald Trump vorrebbe imporre all’Ucraina, vittima di un’invasione di una potenza straniera non tanto per impossessarsi di una parte del suo territorio, ma per imporre un governo-fantoccio fedele allo Stato invasore.

Gli ucraini stanno dunque combattendo valorosamente una guerra di resistenza. Per non subire, con la sconfitta, la perdita della loro libertà e della loro indipendenza. Come gli italiani nella guerra di liberazione dal nazifascismo, tra il 1943 e il 1945.

È una “guerra giusta” quella che gli ucraini stanno combattendo contro un nemico grandemente più forte? Ci aiuta a rispondere quanto diceva Norberto Bobbio sulla guerra sviluppatasi nel 1991 al tempo dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, in difesa del piccolo Stato mediorientale: «È una guerra giusta perché è fondata su un principio fondamentale del diritto internazionale che è quello che giustifica la legittima difesa». Un diritto, quello internazionale, che è costruito su principi etico-politici condivisi dalla comunità politica mondiale.

Vale oggi anche per la guerra in Ucraina, aggredita dall’esercito di uno Stato, la Federazione russa, che non nasconde la sua intenzione finale: estendere il suo dominio su tutti gli altri Stati che componevano l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, dissoltasi alla fine del Novecento. In nome non solo di una perversa, e generica, «volontà di potenza», ma di un’ideologia che proclama la superiorità della civiltà della Grande Madre Russia su quella basata sui valori fondanti dell’Occidente, ritenuto degenerato sul piano morale e politico.

Si tratta di un’ideologia che rende la guerra scatenata da Mosca in Ucraina non solo un conflitto voluto da un delirio imperialistico, quello di ricostruire il Russkij Mir, il “mondo russo” degli zar, su base etnica e culturale, ma anche da un fanatismo pseudo-religioso che ne fa una specie di “guerra santa”, benedetta dal patriarca ortodosso di Mosca, Kirill, esplicito banditore di una crociata contro l’Occidente e i suoi valori, a cominciare dalla liberal-democrazia.

Una “guerra giusta” in base al diritto internazionale, fondato su principi etici, fatta passare per una “guerra santa” dichiarata tale in base a una pretesa superiorità etnica e in nome di un fondamentalismo bellicista di matrice para-religiosa.

È stupefacente che molti, troppi, in Italia e in Europa, soprattutto nell’estrema destra, ma anche tra gli appartenenti all’ala sinistra, si stiano ancora domandando da che parte stare. Preferiscono, per dirla parafrasando dall’immortale capolavoro di Alessandro Manzoni, fare come don Abbondio, invece che come padre Cristoforo.

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