Grillo e l’orgoglio populista fuori dal tempo

Il ritorno di Beppe Grillo sta seminando malumori nei contiani, mentre galvanizza vari esponenti della diaspora movimentista. Il “Conte 2” e la gestione successiva hanno convertito il Movimento da partito bipersonale a monopersonale

Massimiliano Panarari
Giuseppe Conte e Beppe Grillo
Giuseppe Conte e Beppe Grillo

Il ritorno di Beppe Grillo sta seminando malumori nei contiani, mentre galvanizza vari esponenti della diaspora movimentista. La sortita sul suo blog, con un post intitolato Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni, si inserisce nella battaglia legale intorno al simbolo del Movimento 5 Stelle, e appare a vari osservatori come un sostegno alla potenziale discesa in campo di Alessandro Di Battista.

Ma c’è anche, in termini generali, un giudizio politico sull’evoluzione di quello che l’ex Garante considera sempre come una sua creazione. E, dunque, una rivendicazione dell’orgoglio populista dell’epoca dei fasti grillini.

E, dal suo particolare punto di vista, si può pure dire che il cofondatore ha ragione. L’ultimo fendente scagliato contro la leadership di Giuseppe Conte non è che la presa d’atto, difficilmente contestabile, di un’ennesima mutazione genetica. Il M5S attuale è assai distante dal dna delle origini e dalla forza politica che irruppe sulla scena italiana come la forma più pura e concettualmente originale di neopopulismo della cosiddetta Terza Repubblica.

Quel fenomeno antipolitico e comunicativo – nato dalla verve mediatica del comico e dalla visione tecno-utopica di Gianroberto Casaleggio – ebbe anche l’innegabile “funzione sistemica” di convogliare un’ampia rabbia sociale dentro le sedi istituzionali.

Ma sul terreno della cultura politica e della vita pubblica il saldo è stato, altrettanto indiscutibilmente, problematico e fallimentare. La retorica dell’«uno vale uno», l’incessante delegittimazione della competenza e l’aggressività rancorosa eletta a principio propagandistico hanno pesantemente degradato la qualità democratica della politica e quella del discorso pubblico.

Fatto questo sommario bilancio, resta il nodo del presente. Sotto la guida di Giuseppe Conte, la vecchia navicella antipolitica, fattasi portaerei postideologica, si è ritrasformata in un oggetto politico non ben identificato.

È diventata un partito ambiguamente “progressista”, imbevuto di neoassistenzialismo, fortemente connotato dalla difesa di certe istanze sociali del Mezzogiorno, e caratterizzato da un pacifismo di facciata – un “pacifintismo” – che cela in realtà un’ambivalenza strutturale in politica estera.

Le continue strizzate d’occhio agli avversari dell’Occidente rappresentano l’unica e vera eredità permanente e fattore di continuità tra vecchio e nuovo corso.

Il “Conte 2” e la gestione successiva hanno convertito il Movimento da partito bipersonale a monopersonale, rendendolo una creatura a immagine e somiglianza dell’ex «avvocato del popolo». È un M5S che rimane comunque a metà del guado, non avendo mai completato la transizione verso una partitizzazione effettiva e non avendo compiuto un’istituzionalizzazione coerente.

E adesso, nella convulsa logica delle “coalizioni pigliatutti” in cui il campo largo cerca di sommare tutti i voti possibili per risultare competitivo, la domanda di fondo continua a rimanere inevasa: “cosa ci azzecca” il M5S con una piattaforma politica autenticamente progressista?

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