Ceuta non è un assalto. E’ una domanda che l’Europa continua a rinviare
L’assalto a Ceuta, i sedici corpi recuperati e la nuova crisi diplomatica tra Italia e Spagna riaprono il dibattito sulle migrazioni. Tra sicurezza dei confini e tragedie umanitarie, l’Europa cerca ancora una risposta alle cause dei flussi

Le immagini arrivate in queste ore da Ceuta hanno un titolo già scritto: assalto. Migliaia di persone che nella notte tra mercoledì e giovedì hanno attraversato a nuoto il tratto di mare che separa il Marocco dall'enclave spagnola, aggirando la diga foranea di Tarajal. Colonne umane lunghe chilometri sulle colline di confine, droni, motovedette, l'esercito richiamato a rinforzo della Guardia Civil. E sotto, il conto che nessun titolo riesce a contenere per intero: almeno sedici corpi recuperati nelle ultime ventiquattro ore, trentanove dall'inizio dell'anno. Ragazzi, in buona parte minorenni, annegati mentre cercavano di aggirare un frangiflutti.
La parola "assalto" descrive un esercito che attacca una città. Qui c'erano famiglie, minori, giovani uomini che hanno scelto di affidare la propria vita a un tratto di mare piuttosto che restare fermi. Chiamarlo assalto sposta lo sguardo da chi rischia a chi si difende, e permette di non guardare in faccia quello che sta davvero accadendo: una generazione che continua a pensare che l'unico modo per essere ascoltata sia mettersi in pericolo.
Non è la prima volta. Ceuta ha già vissuto il maggio 2021, quando in quarantotto ore oltre ottomila persone entrarono nell'enclave. Cinque anni dopo, la scena si ripete identica, e con essa la sequenza di risposte: stato di emergenza chiesto e negato, esercito mobilitato, accordo di riammissione con Rabat annunciato in fretta, l'accusa alle reti di trafficanti che sfruttano ogni sentenza — questa volta quella della Corte Suprema spagnola che limita i respingimenti immediati via mare. Il copione si ripete perché la risposta resta sempre la stessa: contenere l'onda quando è già arrivata alla riva, mai intervenire prima, sulle cause.
A ventiquattr'ore dai fatti, la crisi umanitaria è già diventata crisi diplomatica. Da Roma la presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri hanno parlato di minaccia alla sicurezza dei confini europei, ventilando la sospensione di Schengen con la Spagna. Da Madrid la risposta è arrivata subito, con la convocazione dell'ambasciatore italiano. È uno scambio che dice più sull'Europa di oggi di qualsiasi comunicato ufficiale: davanti a sedici corpi restituiti dal mare in un giorno, il primo riflesso di due governi europei è litigare tra loro sulla libera circolazione, non chiedersi insieme come impedire che accada di nuovo. Se la frontiera esterna di uno Stato membro è, per definizione, frontiera dell'Unione, allora anche la responsabilità dovrebbe essere condivisa — non scaricata sul paese di primo arrivo e poi rovesciata in polemica bilaterale al primo titolo di giornale.
C'è un rischio che riguarda da vicino anche chi, come chi scrive, vive il volontariato e il terzo settore ogni giorno: arrivare sempre e solo dopo, a raccogliere chi è caduto, senza mai chiedersi chi lo ha fatto cadere. Accoglienza nei centri, assistenza legale, mediazione linguistica: sono cose giuste e vanno fatte bene. Ma se restano l'unica risposta, si continuerà a intervenire sempre nello stesso punto della carta geografica, sempre a cose fatte.
È qui che il lessico conta, non per estetica ma perché orienta le decisioni. Finché la frontiera resta il solo luogo dove si gioca la partita, la risposta sarà sempre la stessa: più droni, più muri, più annunci di fermezza. La cura di chi arriva — e la sicurezza di chi accoglie, che non sono due esigenze contrapposte ma la stessa esigenza vista da due lati — si costruisce altrove: negli accordi con i paesi di origine e di transito che aprano canali legali reali, nei percorsi di accoglienza che non si limitino a contare gli sbarchi, nella capacità di leggere questi flussi come conseguenza di guerre, povertà e cambiamento climatico, non come un'emergenza di ordine pubblico da gestire a colpi di dichiarazioni.
La convivialità delle differenze di cui parlava don Tonino Bello non è un principio da citare nei convegni: è un metodo di governo che l'Europa ha gli strumenti per praticare e la volontà, finora, di rinviare. Non è un'utopia irrealizzabile: significa corridoi umanitari già sperimentati e replicabili, accordi di cooperazione con i paesi di origine che non si esauriscano nei rimpatri, investimenti reali — non annunci — sulle rotte che restano l'unica alternativa alla traversata a nuoto.
Ceuta lo ricorda ogni volta che si ripresenta, e ogni volta la sequenza è la stessa: sorpresa, mobilitazione, polemica, silenzio, fino alla prossima ondata. La domanda non è se ci sarà una prossima volta. È quanti corpi ancora dovremo contare prima di cambiare la domanda che ci poniamo.
Emanuele Alecci di Associazione "Capitale Volontariato"
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