Il primo passo tedesco per salvare le pensioni
Il governo federale intende rivedere il sistema previdenziale per adeguarlo all’evoluzione demografica e conciliarlo con la contabilità pubblica

La Germania ha deciso di provarci: vuole riformare le pensioni. Stretta tra una popolazione che vive più a lungo (buona notizia!) e il costo della sua sostenibilità che aumenta rapidamente (cattiva notizia!), il governo federale intende rivedere il sistema previdenziale per adeguarlo all’evoluzione demografica e conciliarlo con la contabilità pubblica.
Lo farà sulla base del documento appena presentato dalla speciale Task-force dei Tredici, un testo che si fonda su due linee principali: agganciare l’età di uscita alla variazione delle aspettative di vita, innalzando gradualmente gli anni richiesti per passare dallo stipendio al vitalizio; creare un fondo pensione pubblico “alla svedese” al quale parteciperebbero in parti uguali lavoratori e datori di lavoro.
Non sarà un processo facile né rapido. Eppure, l’esecutivo del cancelliere cristiano democratico Friedrich Merz è certo che sia indispensabile. Non è una incognita solo tedesca. I cittadini europei sortiti dal mondo del lavoro e passati a carico dello Stato erano il 29 per cento nel 2010, il 36 per cento nel 2022 e – stima la Commissione Ue – saranno il 59 per cento nel 2070, col grosso dell’incremento atteso già nel 2045.
Complice la denatalità, i più giovani – che sulla carta devono pagare l’assegno mensile a padri e madri – stanno contemporaneamente diminuendo in modo sensibile. Senza un intervento correttivo che aumenti le entrate e razionalizzi la spesa, il rischio concreto è restare con le casse a secco e non difendere lo Stato sociale come si deve.
È una minaccia probabile in Germania e sicura in Italia, Paese dove si combina una popolazione fra le più vecchie del continente, il più basso numero di neonati, una immigrazione mal gestita, una crescita rachitica e un debito pubblico con pochi pari. Per questo la Germania – dove gli over 65 sono al 34 per cento della forza lavoro e la previsione dice arriveranno al 51 per cento nel 2050 – ha aperto il cantiere.
Il Comitato dei Tredici suggerisce che ogni anno aggiuntivo di aspettativa di vita certificata dovrebbe far lavorare otto mesi in più. Sulla base delle proiezioni, vuol dire che l’età pensionabile (oggi a 63 anni con 45 anni di contribuzione o a 67 anni per i nati prima del 1964) arriverà per la generalità del pubblico a 68 anni nel 2051, mentre l’uscita anticipata sarà permessa solo con una penalizzazione.
Secondo Merz il cuore dell’intervento sarà il fondo “alla Svedese”, funzionale a lungo termine grazie alla presenza sul mercato dei capitali. Per ogni lavoratore ci sarà un contributo variabile dallo 0,5 al 2 per cento del salario lordo, versato per metà da chi lo impiega. Il ritorno finanziario gonfierebbe una sorta di terzo pilastro che, se ben gestito, potrebbe consolidare i forzieri previdenziali.
I socialdemocratici, alleati della Cdu, giurano di voler andare avanti. Tuttavia sarebbe superficiale non attendersi scossoni. L’opposizione radicale dirà che il governo sta mettendo le mani nelle tasche della gente. Il che è anche vero, ma è solo per consentire ai tedeschi di arrivare a metà secolo ancora con delle tasche e qualcosa di buono da riporvi. L’Italia, in attesa di una illuminazione necessaria e della forza per gestirla, può vedere come va e prendere appunti.
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