Fine vita, il Parlamento nella “terza B”: eterni ripetenti davanti alla dignità della morte
Dai richiami della Corte costituzionale alle cure palliative inapplicate: quindici anni di inerzia politica tra parole vuote e diritti negati

La terza B della politica: la classe degli eterni ripetenti. Per la quarta volta in sei anni, la Corte Costituzionale ha appena richiamato il Parlamento a legiferare sul fine vita; ma i partiti continuano a sottrarsi al loro dovere istituzionale, rifugiandosi in una triviale fiera delle chiacchiere: con esternazioni dettate dalla più deteriore ricerca del consenso, anziché dal fondamentale rispetto della dignità di un’esistenza che si spegne tra devastanti sofferenze e impietosa solitudine. Una vergogna che si protrae dal 2009, quando in Friuli Venezia Giulia si è spenta Eluana Englaro, dopo 17 anni trascorsi in stato vegetativo. Da lì nasce quel vuoto normativo che dura tuttora.
È a partire dalla vicenda di dj Fabo che la Corte nel 2019 ne ha denunciato l’esistenza, richiamando il Parlamento alle sue responsabilità; l’ha replicato fino ai giorni scorsi, intervenendo sulla legge in materia della Regione Toscana. L’obiettivo è evidente: evitare che su un tema così fondamentale si risponda con soluzioni diverse a seconda del luogo in cui si manifestano. Anche perché le cronache propongono con stringente frequenza vicende comunque drammatiche; tant’è che ormai ben 14 Regioni su 20 hanno messo in cantiere progetti di legge specifici.
E siccome la sofferenza e la morte sono le stesse, da Trieste a Palermo, diventa essenziale che sia il Parlamento a disporre una normativa nazionale.
C’è chi spiega che esiste una valida alternativa, rappresentata dalle cure palliative. Sacrosanto, se non fosse che anche su questo piano la politica dà prova della sua riprovevole assenza: esiste sì una legge in materia, datata 2010, che le definisce “un diritto inalienabile per ogni cittadino”; ma a distanza di sedici anni rimane largamente inapplicata.
Gli interventi relativi vengono attuati solo nel 33 per cento del Paese, con punte virtuose come il Veneto dove si arriva al 55 (il Friuli Venezia Giulia è appena sotto la media nazionale con il 31), ma con vuoti scandalosi, come l’8 della Campania, il 6 della Calabria, il 5 della Sardegna. Mancano metà dei medici necessari e due terzi degli infermieri.
La carenza è micidiale soprattutto per i bambini: appena il 15 per cento può usufruire di queste cure, e in tutta Italia gli hospice pediatrici sono appena 8. Quanto se ne disinteressi il Parlamento, lo dimostra il fatto che l’ultima relazione in materia, prevista per legge, risale al 2019. Eppure, anche qui esiste una precisa segnalazione della Corte Costituzionale, che nel maggio scorso ha sottolineato l’esigenza di “garantire forme di sostegno socio-sanitario e familiare continuative”. Tuttora precarie nelle corsie ospedaliere, ancora peggio per quanto riguarda l’assistenza a domicilio.
Altrettanto deleteria è la situazione di un altro provvedimento strategico, quello sul testamento biologico, varato nel 2017 e rimasto largamente inattuato: soltanto un italiano su 200 è riuscito a depositarlo, causa le complessità burocratiche necessarie; incluso il fatto che per riuscire a fissare un primo incontro nei Comuni dove si procede al compito l’attesa media è di 37 giorni. Per giunta, non è stata avviata nessuna vera campagna informativa in materia, nonostante sia obbligatoria per legge. Dunque, siamo di fronte a una politica inadempiente ed ignava, che al profluvio di parole abbina il vuoto dei fatti; a dispetto della straziante sofferenza di chi è ammalato e di chi gli sta accanto. E soprattutto, della dignità della vita, che va garantita fino all’ultimo respiro.
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