La crisi di Hormuz e la malafede sul nucleare come soluzione
Il fotovoltaico è una fonte di energia rinnovabile che potrebbe essere installata su tutto il territorio nazionale ma si scontra con i tempi di attesa della burocrazia italiana che di solito si attestano a tre anni, rendendo il progetto già vecchio prima di iniziare

Mentre il prezzo del greggio cresce sotto i colpi delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente — con Stati Uniti e Israele schierati in un braccio di ferro sempre più pericoloso con l’Iran — e le cancellerie europee si interrogano su come sopravvivere alle proprie stesse sanzioni, nei salotti della politica italiana di destra e, ahimè, progressista, è tornato di moda un grande classico: il nucleare. Ma non quello dei giganti del secolo scorso; oggi il mantra è la “quarta generazione”, i piccoli reattori modulari (Smr), le tecnologie che promettono di essere tascabili e sicure. È un discorso seducente, che trova sponde persino tra i ranghi di un centrosinistra “illuminato”, ma che nasconde una malafede di fondo o, peggio, una totale ignoranza dei tempi imposti dalla realtà.
Il problema non è la validità scientifica della tecnologia, personalmente sono sempre stato favorevole all’utilizzo dell’energia nucleare, ma il tentativo di spacciarla come salvagente per la tempesta che stiamo attraversando. Siamo di fronte a un gigantesco abbaglio collettivo: non si può rispondere a una crisi di rifornimenti che morde oggi con una soluzione che, nella migliore delle ipotesi, sarà commercialmente disponibile tra quindici anni.
Affermare che il nucleare possa mitigare gli effetti della guerra o la carenza di gas russo è una sciocchezza totale, una fuga in avanti per non affrontare i fallimenti del presente. Teniamo innanzitutto presente che oltre il 20 per cento dell’energia che il Paese consuma è l’energia per il trasporto, auto, camion, aerei, navi, eccetera.
Perché l’energia elettrica sia in grado di sostituire il combustibile fossile è necessario non solo produrre energia ma avere una rete in grado di alimentare questi veicoli; altrimenti sarebbe come avere le automobili senza i distributori di benzina!
La prova di questo scollamento dalla realtà sta in un esempio banale ma drammatico: il fotovoltaico. Chi oggi si occupa, come il sottoscritto, di installare pannelli a terra - semplici strutture che possono assomigliare a tettoie, a impatto ambientale zero - si ritrova prigioniero di un calvario burocratico kafkiano. Per collocare una distesa di silicio serve un iter che dura mediamente tre anni: tra domande di collegamento a Terna o a Enel, conferenze di servizi che coinvolgono decine di enti, incontri con i cittadini, studi di impatto ambientale, operazioni per mantenere invarianza idraulica e i veti sistematici delle Sovrintendenze, il progetto rischia di invecchiare prima ancora di nascere.
Allora la domanda sorge brutale: se il pubblico impiega 36 mesi per autorizzare una tettoia solare, quanto tempo impiegherà per gestire una centrale nucleare, seppur mini? Queste centrali di piccola taglia, con potenze che si aggirano sui 300 MW, sono tecnicamente affascinanti. Promettono di superare il limite del nucleare: la dipendenza dall’acqua. Usando sali fusi, piombo liquido o elio per il raffreddamento, potrebbero teoricamente essere installati ovunque, anche in zone aride, eliminando il rischio di esplosioni da idrogeno. Ma c’è un dettaglio che i governanti omettono: sono quasi esclusivamente campioni sperimentali. Non esiste una linea di produzione di massa, non esiste un listino prezzi, non esiste un protocollo di sicurezza standardizzato che ne permetta l’acquisto. Trascuro gli aspetti economici, l’Italia non ha uranio, che costa e che ci fa dipendere da altri Paesi; mentre il sole da noi è abbondante.
Chi può credere che si riesca a superare la burocrazia dei vincoli paesaggistici o la sacrosanta paura di una popolazione che, tramite referendum, ha già espresso il suo terrore per l’atomo? Anche se la potenza è ridotta, il termine nucleare scatena una resistenza territoriale che il fotovoltaico, pur con tutti i suoi ostacoli, non conoscerà mai. E non abbiamo sfiorato il capitolo delle scorie: l’Italia non ha ancora trovato il coraggio di indicare un sito per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi ospedalieri e industriali, figuriamoci come potrebbe gestire i prodotti di reazione dei mini-reattori sparsi sul territorio.
Non prendiamoci in giro. Sostenere che il nucleare sia la risposta alla crisi energetica attuale significa ignorare i tempi della fisica, dell’industria e della pubblica amministrazione. È un paravento per giustificare, nel frattempo, il ritorno al carbone o la paralisi decisionale. Se vogliamo davvero fronteggiare l’emergenza, la strada è molto meno fantasiosa e molto più pragmatica: serve la pace, servono accordi diplomatici seri con i Paesi produttori - Iran incluso - e serve il coraggio di ammettere che il gas russo è stato, ed è ancora, un pilastro difficile da sostituire senza un piano di transizione immediato. La priorità assoluta dovrebbe essere la semplificazione feroce delle norme per il rinnovabile, smettendo di cambiare le regole del gioco ogni mese. Avviare progetti nucleari per il 2040 è una scelta legittima di strategia a lungo termine; raccontare che serva a risolvere la crisi di oggi è, invece, l’ennesima favola raccontata a un Paese che sta rischiando di restare al buio mentre aspetta l’ennesimo permesso per una tettoia. Lo ripeto, chi parla oggi di nucleare in realtà vuole sdoganare ancora il Carbone.
*Ex ministro dello Sviluppo
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