
Frasi atroci, prassi che feriscono: così si normalizza la violenza
Un sistema schiacciante e metodico. Più la donna è libera, più c’è odio
A gennaio la senatrice leghista Giulia Bongiorno modifica il testo di legge sulla violenza sessuale rimuovendo il riferimento esplicito al principio “senza consenso libero e attuale è stupro”, che avrebbe allineato l’Italia alla convenzione internazionale di Istanbul. Introduce invece una formulazione ambigua che si riferisce al “dissenso”: l’onere della prova rischia così di ricadere sulla persona che ha subito violenza, e la complessità di dimostrare la sua non-volontà a compiere l’atto la espone a un vero e proprio esame della propria vita e delle proprie abitudini trasformandola in presunta colpevole.
15 agosto. A Camponogara Tania Terrin viene uccisa dall’ex compagno che poi si toglie la vita; nel Cosentino Ornella Forastefano è abbandonata in ospedale dal compagno che le ha inferto gravi lesioni, morirà poco dopo; Maria D’Alessandro, nel Beneventano, viene accoltellata a morte dal marito che poi tenta di togliersi la vita.
Sui social o nei bar delle nostre provincie agiate si sentono madri di famiglia dire che il temine “femmincidio” in giurisprudenza è discriminante perché che sia uomo o donna a essere ucciso è sempre un essere umano.
Che legame c’è tra questi fatti? Ce ne sono molti ed è importante leggerli perché le tragedie smettano di esser considerate emergenze e gli effetti vengano collegati alle cause, provando a uscire da una ripetizione inquietante che finisce per assuefarci e renderci indifferenti.
È importante guardare a monte, a un principio perno: la politica non è faccenda da palazzo che non ci riguarda. La politica determina in modo strutturale la vita della società. Lo fa con leggi e decreti che regolano e indirizzano la vita sociale, lo fa con le politiche che decidono di spingere il paese in una direzione o nell’altra, lo fa ispirando una postura ai cittadini, indicandoci di cosa dobbiamo preoccuparci e chi siamo.
Quando la persona a capo del paese, una donna, decide di definirsi usando i termini maschili sta dicendo in modo efficace che il maschile ha più valore e il femminile è una categoria ontologicamente di serie B. Quando un sindaco si rivolge a una consigliera in consiglio comunale dicendole: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”, sta dicendo implicitamente due cose: che nel rapporto tra i generi la posta in gioco è il comando e che qualora fosse l’idea di una donna a indirizzare l’agire dell’uomo sarebbe per lui svilente, mentre il contrario è naturale.
Quando il ministro dell’istruzione dà vita a un disegno di legge che proibisce l’educazione sessuale e affettiva nella scuola dell’infanzia e primaria (in quest’ultima la larga maggioranza dei bambini e delle bambine ha accesso a contenuti digitali non regolamentati) e nelle scuole medie e superiori lo vincola al consenso scritto dei genitori sta facendo due cose: crea un tabù attorno alla sessualità e all’affettività, impedisce a ragazzi e ragazze cresciuti in famiglie con stereotipi affettivi negativi di accedere a strumenti che possano renderli più liberi e consapevoli.
Fino al 1981 in Italia esisteva il delitto d’onore e colpiva quasi sempre le donne. Ora quella definizione è scomparsa dal codice penale, però questo tipo di delitti ha preso un altro nome, vengono chiamati ha preso una cattiva strada, oppure ma perché si veste così? , o anche qualcosa deve avere combinato per fare quella fine, o d’altra parte se ti scegli uno così, addirittura se lo meritava. Così si sussurra ai tavoli delle nostre province ricche, così sussurrano i genitori dei figli sani del patriarcato. Le parole che usiamo non sono secondarie, ci legano e ci determinano. E le parole della politica poi diventano legge.
L’8 agosto l’osservatorio del movimento “Non una di meno” registrava, dall’inizio del 2026, 40 femminicidi e 79 tentati femminicidi. Ogni volta ci sconvolgiamo, ma le nostre giornate sono piene di piccoli segnali che sott’intendono una verità: le donne vengono uccise con più facilità perché la loro vita vale di meno.
Lo vediamo nel mondo culturale quando i passi falsi e le battute fuori luogo degli uomini suscitano sorrisi e solidarietà: scrive Massimo Recalcati a proposito delle battute infelici di Michele Mari su Michela Murgia: “in qualunque ceto sociale o professionale l’esercizio della denigrazione del proprio simile è un fatto quotidiano”. Davvero? E in tal caso, va tutto bene? E che il “proprio simile denigrato” sia quasi sempre una donna, è normale? Lo vediamo nel mondo del lavoro quando i conflitti tra uomini sono visti come sana competizione e quelli tra donne come isterie mensili.
Viviamo in un mondo che davanti all’ennesima vittima sussurra: se non l’avesse lasciato, se fosse stata più attenta, se avesse preso decisioni migliori, se si fosse costruita una vita migliore. Un mondo che discende da quella politica che vuole il “dissenso” come necessario: ma quando un orso ti attacca l’unica cosa possibile per provare a sopravvivere è fingersi morte.
È un meccanismo schiacciante e metodico, questo in cui crescono i ragazzi e gli uomini: un sistema che incolpa le vittime, e più la vittima è libera e indipendente più l’odio è giustificato. Un sistema che parte dalle nostre madri e i nostri padri, da frasi semplici dette ai figli maschi “non permettere mai a una fidanzata di farti piangere”, da un figlio servito a tavola prima della figlia, dalle cucine luminose dove non ci sono parole per affettività e sessualità. Inizia tutto da uomini e donne perbene convinti che a morire siano le poco di buono, quelle che potrebbero traviare i loro figli, quelle che se la cercano.
Quando una ragazza muore si commenta la madre che lavorava, i genitori distratti, la sua esuberanza. Se a morire è una donna si scuote la testa, che scelte sciagurate avrà fatto. Commiseriamo e incolpiamo. Ma ci sentiamo in salvo e tiriamo una linea morale che divide noi da loro, in un paese che a ogni passo molesta e denigra le donne, dove la politica, se le elogia, è perché “sono carine” – un modo come un altro per tappare loro la bocca.
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