L’Italia dei furbetti e il conto pagato da pochi
l report di Itinerari Previdenziali svela il sommerso: oltre 1.200 miliardi irrecuperabili, spesa assistenziale raddoppiata e un'Irpef sostenuta da un solo quinto degli italiani

“Evadete fratres”: andrete in paradiso (fiscale). Sono una Caporetto dell’Italia delle tasse, i dati del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali. 25 milioni di persone, come dire una su quattro, non versano neanche un euro; una su cinque sostiene da sola quasi i due terzi dell’intera Irpef; otto milioni dichiarano di guadagnare 7.500 euro (lordi!) l’anno, pagando quindi appena 19 euro di tasse. Sembra una desolante foto di gruppo di un Paese pieno di gente ridotta sul lastrico, quella dell’Italia: immagine peraltro smentita dagli stili di vita che abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. In realtà, c’è un’anagrafe sommersa di furbi & furbetti che si tengono i soldi in tasca, ma in compenso beneficiano, a titolo gratuito o quasi, di servizi fondamentali come la scuola, la sanità, i trasporti.
È scandalo di antica data, ma che si è andato aggravando dagli anni Ottanta: i dati Censis e dello stesso ministero dell’economia e finanze segnalano che ogni anno un’evasione fiscale di massa sottrae allo Stato un centinaio di miliardi, specie tra Irpef e Iva. Di questo Everest di risorse non si riesce a recuperare che le briciole: se è vero che lo scorso anno si è riusciti a far rientrare 36 miliardi, è ancor più vero e scandaloso che nel tempo si sono accumulati qualcosa come 1.350 miliardi di evasione, dei quali si potrà introitare neanche il 10 per cento. In parole povere, significa che a 1.250 miliardi dobbiamo dire addio per sempre.
A questo saccheggio delle risorse pubbliche si sommano iniquità legate a regole farraginose, che favoriscono chi fa il furbo. Un esempio clamoroso: negli ultimi quindici anni la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 a 180 miliardi; ma le statistiche ufficiali ci spiegano che non c’è stata una corrispondente diminuzione della povertà, anzi. E questo perché una quota significativa delle risorse stanziate non va a chi sta male sul serio e non riesce a concedersi i consumi di base; ma finisce nelle tasche di chi si compiace di sguazzare in uno stagno senza fondo di bonus, sgravi, deduzioni e diavolerie varie. Per non parlare della vergogna dei condoni seriali, messi in atto da governi di ogni segno e colore: dal 1973 ne sono stati varati più di ottanta, recuperando solo le briciole, e soprattutto facendo passare l’idea che fare i furbi paga alla grande.
Siamo di fronte ad autentiche aberrazioni, frutto in significativa quota-parte anche di uno Stato che pare faccia apposta per incentivare l’evasione. La pressione fiscale è tra le più alte d’Europa, attestandosi al 43 per cento; le tasse sono un centinaio, per gran parte delle quali la riscossione costa più dell’incasso; pagarle è comunque un faticoso slalom tra regole imposte da una burocrazia malvagia. In compenso, i servizi che i cittadini ricevono sono spesso e volentieri scadenti; mentre lo Stato, malgrado i soldi che introita, si indebita ogni anno sempre di più. Chi sbaglia paga, suggerisce un vecchio detto popolare. Da noi, troppo spesso paghiamo chi sbaglia.
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