Il degrado della politica che insegue i social
Scomparsa la funzione pedagogica della politica, resta solo un’arena degradata dove la persuasione è sostituita dall’insulto e la complessità dei problemi dal semplicismo brutale degli slogan

A ben guardare – malauguratamente – c’è un filo rosso (anzi, nerissimo). Nella vita, compresa quella pubblica e politica, molto (se non tutto) si tiene. Ed ecco, infatti, che non si può non rilevare l’esistenza di una continuità fra la violenza verbale che viene quotidianamente riversata nei commenti sui social media da vari utenti (la “gente comune”, per usare un’etichetta) e il disfacimento della grammatica e del galateo istituzionali di chi governa. Due facce della stessa medaglia, appunto: l’onda lunga (e apparentemente inesauribile) del populismo più becero, che ha trasformato il rancore e la sfrontatezza in strumenti per fare politica.
Un degrado che appare visibile a ogni latitudine. Pensiamo alla scena dei giorni scorsi, raggelante, di Donald Trump che sbeffeggia Joe Biden, nell’ultima fase malato gravemente, mostrando a Xi Jinping e al suo entourage divertito un’autopen – quella, a suo dire, con cui venivano firmati in sua assenza i documenti ufficiali – con cui ha sostituito l’immagine del predecessore nella galleria dei presidenti alla Casa Bianca.
E in questo caso non siamo esclusivamente di fronte alla caduta di ogni decenza personale nell’ex tycoon, ma anche alla messa in ridicolo di quella che era una grande democrazia occidentale al cospetto del leader N. 1 delle autocrazie contemporanee, di cui Trump ricerca la complicità con una risata sguaiata da spogliatoio. Una situazione semplicemente indecorosa.
La Germania torna sotto i riflettori per la cavalcata trionfale dei neonazisti (di fatto, anche se non di nome) dell’AfD, il cui esponente di punta Ulrich Siegmund, trionfatore delle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt, si è detto favorevole al riarmo tedesco per fini di “remigrazione” e di “ristabilimento dell’ordine interno” – parole evocanti un lessico che si pensava consegnato ai libri di storia, specialmente di quella nazione.
E per ritornare nel cortile di casa, su piani certo diversi ma in qualche modo contigui, si deve guardare anche alle scorciatoie polemiche della nostra politica, come quando la premier Giorgia Meloni ha evocato in tv la firma da ministro di Sergio Mattarella su una vecchia circolare in materia di distribuzione degli studenti stranieri (proprio per evitare delle “classi ghetto”).
Un’operazione da campagna elettorale spregiudicata, che mira a tirare per la giacca la massima carica dello Stato trascinandola nell’arena della propaganda partitica. Ciò che stiamo attraversando è una spinta inarrestabile alla polarizzazione permanente, la cui direzione di marcia coincide, ahinoi, con il dilagare dell’incivility e la fine della civiltà in politica. I partiti neopopulisti incrementano i loro consensi e arrivano al potere promettendo di restituire la parola ai cittadini-elettori. Il risultato è, invece, la distruzione di ogni spazio di rispetto reciproco. Scomparsa la funzione pedagogica della politica, resta solo un’arena degradata dove la persuasione è sostituita dall’insulto e la complessità dei problemi dal semplicismo brutale degli slogan. Un bruttissimo spettacolo per conquistare un pugno di voti in più, mentre l’astensionismo, anche per questo, continua ad aumentare.
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