L’autolimite che ostacola il Veneto

La filiera regionale deve scrollarsi una volta per tutte di dosso la sindrome di accerchiamento di cui il Veneto è auto-ostaggio da una vita

Francesco JoriFrancesco Jori
Alberto Stefani all'inaugurazione dell'anno accademico di Ca'Foscari
Alberto Stefani all'inaugurazione dell'anno accademico di Ca'Foscari

Ci aveva già provato due secoli fa il mitico Cecco Beppe. “L’unione fa la forza”, era il motto su cui Francesco Giuseppe aveva incardinato l’impero asburgico, e che aveva esteso al Lombardo-Veneto. Se ne è dissociata in fretta l’ala veneta, appena entrata a far parte dell’Italia unita: se c’è una critica che da allora ad oggi la etichetta, è quella di non saper fare squadra, ognuno per sé e tutti contro tutti; fatta propria dalla politica in primis, ma pure dall’economia e dalla stessa società.

Ben venga dunque l’iniziativa del neo presidente veneto Stefani di dare vita a una filiera che si estenda da Venezia a Roma a Bruxelles; magari auspicabilmente estendendola a Friuli Venezia Giulia e Trentino, visto che il colore di governo e molti interessi sono comuni. E anche per non lasciare che la parola Nord Est rimanga una mera etichetta.

E tuttavia il lodevole proposito rischia di ridursi a poca cosa, se rimane una pura espressione geopolitica. Già in passato il centrodestra veneto poteva contare su una filiera potenzialmente di rilievo, che contava a Roma sulla presidenza Berlusconi e sulla presenza nel governo di due leghisti top quali Bossi e Maroni, e a Venezia sulla pluripresidenza Galan, con robusta filiale a Bruxelles. Ma nei fatti si è rivelata inesistente per un Veneto che pur massicciamente forzaleghista non ha incassato nulla di quanto ancor oggi rivendica inutilmente: un’autonomia vera, infrastrutture moderne, un fisco meno opprimente, lotta a una burocrazia prepotente ed esasperante. Basta sfogliare le cronache di ordinaria impotenza che salgono dal territorio, a partire dalle categorie economiche, costrette a reiterare da decenni uno stucchevole copia-e-incolla di richieste in larga parte inevase, oltre che condivise dall’intero Nord Est.

Anche se giovane, il presidente Stefani ha già maturato una significativa esperienza di Palazzo. Non può non sapere che gli impegni che va largamente enunciando e annunciando si scontrano con un bilancio regionale ridotto all’osso e condizionato da mille vincoli: ci vuol ben altro non solo per incamerare grandi incompiute come l’alta velocità ferroviaria, ma anche per sciogliere nodi pluridecennali come la statale del Santo e la Valsugana oggi al centro di motivatissime polemiche; non parliamo di grandi temi quali la competitività delle imprese, la cura dei mali profondi della sanità, la glaciazione demografica in arrivo, il contrasto alla fuga della meglio gioventù. È uno scenario complessivo che richiede ingenti risorse, non di parole ma economiche e istituzionali.

Per riuscirci, la filiera regionale deve scrollarsi una volta per tutte di dosso la sindrome di accerchiamento di cui il Veneto è auto-ostaggio da una vita. I risultati si portano a casa a Roma, e non bastano i numeri della compagine di casa per incamerarli: occorrono intese e alleanze strategiche con altri territori e altre forze. Se ci si barrica dietro la logica di “prima i veneti” e del “i migliori siamo noi”, per poi prendersela col resto del mondo perché non ci bada, allora non solo non si va lontano; si gira ossessivamente intorno, in un infruttuoso gioco dell’oca politico, tornando ogni volta alla casella di partenza: dateci le strade e i treni, alleggerite il fisco, tagliate le tasse, concedeteci l’autonomia. Anche se lo si fa in filiera comunque casalinga, andare allo scontro con Roma e/o esercitarsi nello scaricabarile significa solo restare a mani desolatamente vuote. Scegliendo come riferimento ideale non Cecco Beppe, ma sior Todaro brontolon. —

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