Essere vecchi a Nordest, una condanna a vita
Nel 2050 in Veneto gli over 65 saranno un milione e mezzo, in Friuli Venezia Giulia 380 mila. La risposta delle istituzioni è del tutto inadeguata

Essere vecchi a Nord Est: per molti, troppi, una condanna a vita; ingrata, per giunta. La tempesta che si sta abbattendo sulle residenze per anziani (34 mila ospiti in Veneto, 12 mila in Friuli Venezia Giulia), in primo piano nelle cronache di questi giorni, è solo l’allarmante parte emersa di una questione di ben più devastante portata, che riguarda la condizione della vecchiaia nel suo insieme. È un po’ come per la crisi climatica: ignorata o comunque sottovalutata da anni, è destinata a diventare dirompente nell’immediato futuro, in mancanza di una risposta all’altezza della sfida.
I numeri non ammettono alibi di sorta.
Nel lungo termine, l’Istat ha prospettato uno scenario choccante per un’Italia che da qui al 2080 perderà 13 milioni di abitanti, con un’emorragia che interesserà soprattutto quelli in età lavorativa; ma già nel 2050, dunque dopodomani, il rapporto tra chi produce e chi no sarà di uno a uno.
È l’effetto della forbice sempre più larga tra allungamento della vita media e calo anzi crollo delle nascite; con ricadute rovinose, a partire da quelle economiche, con l’inaridirsi delle risorse da destinare al welfare, alla sanità, alle pensioni. Se il quadro complessivo del Paese è allarmante, a Nord Est diventa catastrofico: sempre nel 2050, in Veneto gli over 65 saranno 1 milione e mezzo, in Friuli Venezia Giulia 380 mila, in entrambi i casi uno su tre abitanti; gli over 80 diventeranno rispettivamente 640mila e 120mila.
Non è solo una questione statistica. I vecchi sono già e saranno ancor più in netta maggioranza persone che vivono da sole; spesso con perdita parziale o totale dell’autonomia, e con condizioni di salute precarie fino a sconfinare nella cronicità; in massima parte con entrate economiche sempre più insufficienti: aspetto quest’ultimo che riguarda anche le rispettive famiglie, per chi ne avrà ancora una.
Le strutture in grado di prendersene cura sono di gran lunga inferiori alla domanda. Le Rsa a causa dell’incremento dei costi di gestione sono costrette ad applicare rette insostenibili da un crescente numero di richiedenti; e presentano una drammatica carenza di personale a partire dagli infermieri.
La risposta delle istituzioni è del tutto inadeguata: il piano per la non autosufficienza 2025-2027 lascia irrisolta la storica separazione tra le prestazioni gestite dai Comuni e l’assistenza sanitaria gestita dalle Asl; e l’entrata in vigore del decreto anziani per il 2025-2026 è stata rinviata al 2028 con il Milleproroghe. Continua a gravare sulle famiglie il peso prevalente dell’assistenza ai vecchi non autosufficienti, con un esborso tra i 7 e gli 8 miliardi l’anno.
Di fronte a un simile scenario, non ci si può limitare a interventi tampone o misure specifiche; occorre una strategia di respiro, che coinvolga parte pubblica, mondo dell’economia, terzo settore. Nella convinzione che il vecchio è comunque una persona: fragile, ma con le sue aspettative, le sue paure, il suo diritto a una vita degna di essere vissuta fino all’ultimo. Altrimenti, diventa uno scarto da mettere fuori della porta. La nostra porta.
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