Autonomia, ultimo retaggio del Novecento
Il voto finale in consiglio regionale del Veneto ha il sapore del sipario liberatorio che si chiude. Ma la domanda che dobbiamo porci è come sia stato possibile che una regione così dinamica si sia potuta condannare a un così lungo cortocircuito

Che cosa resta della "guerra dei trent'anni" per l'autonomia che Zaia ha classificato come la "madre di tutte le battaglie"? Quella che a partire dalla metà degli anni Novanta ha stancamente scandito il tempo, passando via via attraverso la “secessione” e le richieste di referendum per l'indipendenza del Veneto, fino a diventare rivendicazione all'ingrosso di 23 materie e di trattenuta dei 9/10 dell'imposizione fiscale?
Comunque la si racconti, quella che è andata in scena in Consiglio regionale, con l'approvazione di alcune “intese” in materia di maggiore autonomia della regione, ha il sapore del sipario liberatorio che si chiude: un modo sbrigativo per voltare pagina, per mettersi alle spalle il Novecento con i suoi protagonisti diventati ingombranti prigionieri della loro stessa propaganda. E se per lunghi anni le colpe per il mancato traguardo sono state attribuite agli avversari politici, e alla immancabile “burocrazia”, oggi è il governo amico a chiudere mestamente questa lunghissima stagione.
Ciò che resta è un testo fotocopia, uguale a quello di Liguria, Piemonte e Lombardia: testi identici che azzerano il fondamento della differenziazione che avrebbe dovuto certificare l'originalità del Veneto rispetto alle altre regioni.
Se quella degli anni Novanta era una regione che si scopriva improvvisamente ricca, una locomotiva del Paese che per un attimo ha coltivato l'idea di poter fare da sola - dimenticando che ancora nel 1966, con legge dello Stato, risultava destinataria di provvidenze per le aree depresse in ben 489 comuni su 583 - quella di oggi, in un mondo profondamente cambiato sul piano geopolitico e tecnologico, è una regione impaurita, invecchiata nel proprio risentimento, abbandonata dai suoi giovani migliori che la avvertono priva di un pensiero di futuro. Perfino l'autonomia, la parola che doveva essere la bandiera di un'epoca, non suscita più alcuna emozione.
È importante confrontarsi sul merito delle questioni su cui l'assemblea veneta è stata chiamata a dare il proprio stanco assenso: protezione civile, professioni non ordinistiche, previdenza complementare integrativa e misure in materia di tutela della salute. Tutte funzioni che possono tranquillamente essere attribuite alle regioni a statuto ordinario, come si fece con i decreti Bassanini, senza alcuna necessità di invocare l’articolo 116 della Costituzione. Ma la domanda che dobbiamo porci - categorie economiche e forze sociali comprese - è come sia stato possibile che una regione così dinamica, con i suoi imprenditori protagonisti nel mondo, si sia potuta condannare a un così lungo cortocircuito, con, a corollario, incomprensibili e dannosi sbandamenti antieuropeisti, finanche filo putiniani.
Quella degli ultimi trent'anni è stata una narrazione in controtendenza rispetto al nostro passato. In fondo, il Veneto ha dato il meglio di sé, per l'Italia e per sé stesso, quando i suoi protagonisti sono stati classe dirigente del Paese, quando non si sono chiusi rivendicando un vanaglorioso autocompiacimento. È con Gui ministro che viene promossa la riforma della scuola media unificata. Con Rumor presidente del Consiglio dei ministri vengono insediate le regioni e viene approvato lo Statuto dei lavoratori. Con Tina Anselmi viene approvata la riforma sanitaria. Una classe dirigente di ampio respiro, che coltivando la crescita del Paese ha contribuito alla crescita del Veneto.
Negli ultimi 15 anni, invece, ha prevalso l’autocelebrazione, e chi ha guidato il Veneto lo ha fatto come il criceto sulla ruota: ha prodotto un movimento circolare rimanendo immobile.
L'attesa della redenzione autonomistica è diventata la cifra del Veneto che, dopo i celebrati anni Novanta, ha smesso di fare i conti con il mondo che cambiava: dalla geopolitica generatrice di nuovi conflitti alla rivoluzione digitale che, con l'intelligenza artificiale, verticalizza i processi rivoluzionando l'offerta dei servizi.
Verrebbe da dire che in questi trent’anni al Veneto a latitare è stata la politica, intesa come strumento necessario per interpretare e vivere il tempo, e l'argine del Po, che ha caratterizzato il leghismo nostrano, ha rivelato tutta la sua illusorietà come confine delle nostre inquietudini.
La politica veneta, nel chiudere il lungo ciclo iniziato nel Novecento, ha di fronte a sé, con nuovi interpreti, la necessità di scegliere come entrare finalmente in questo secolo.
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