Educazione sessuale a scuola: vogliamo che ai ragazzi risponda l’algoritmo?
Il ministro Valditara annuncia la stretta: stop alle elementari e via libera dalle medie solo con il sì dei genitori. Il commento dei social divide l'opinione pubblica tra il primato educativo delle famiglie e l'allarme dei docenti: «Se la scuola tace, i ragazzi si affidano all'algoritmo o al porno online»

Dunque: niente educazione sessuo-affettiva alla primaria e, dalle medie in poi, sì, ma con il consenso informato dei genitori. Sotto il post in cui il ministro Valditara annuncia questa legge, ho trovato questo commento: “L’educazione affettiva e sessuale spetta alla famiglia, la scuola deve tornare al ruolo di insegnamento e sviluppo del senso critico, alla scrittura, lettura, studio delle varie discipline, non alla politica ideologizzata...
Cari professori rilassatevi e insegnate solo ciò che vi compete, che fate già abbastanza così... Grazie a Valditara per questo prezioso successo”.
Questo commento dice una cosa che pensano in tanti: la scuola insegni le materie, la famiglia si occupi dell’educazione affettiva e sessuale. E io, che sono un prof delle medie, la prima cosa che direi è: magari. Magari fosse sempre così. Magari tutti i ragazzi arrivassero a scuola avendo già parlato a casa di corpo, rispetto, consenso, desiderio, paura, limiti, contraccezione, pornografia, foto intime, relazioni sane.
Solo che poi entri in classe. E la classe non è una teoria. La classe sono ventuno persone sedute davanti a te. Ventuno zaini. Ventuno felpe. Ventuno “prof posso andare in bagno?” detti nel momento esatto in cui stai spiegando la cosa più importante dell’anno. E lì scopri una cosa: che se parli con loro, tanti troppi ragazzi non hanno ricevuto nessuna educazione sessuale in famiglia.
Secondo Save the children: uno su tre. E poi c’è l’altro dato: secondo l’Osservatorio Durex-Skuola.net, quasi un ragazzo su due non parla di sesso e contraccezione con i genitori. Allora se a casa non se ne parla, dove vanno? Lo sappiamo: online. Nelle chat. Su TikTok. Dall’amico che ha capito tutto della vita perché ha visto due video e mezzo e ora parla come un consulente matrimoniale.
E a 14 anni le domande sono tantissime. Solo che spesso non arrivano in forma elegante. Non dicono: “Gentile adulto di riferimento, potrei avere un chiarimento sul consenso?” Arrivano storte. Con una battuta. Con una risata. Con una domanda fatta a metà, mentre uno guarda per terra. E se lì non c’è un adulto capace di stare dentro quella domanda senza scandalizzarsi, quella domanda se ne va da un’altra parte.
E non sempre torna meglio. Per questo io faccio fatica quando sento dire: “La scuola insegni lettura, scrittura e senso critico”. Perché io sono d’accordo. Solo che leggere, oggi, vuol dire anche saper leggere un messaggio che dice: “Se mi ami, mandami una foto”. Vuol dire leggere la differenza tra gelosia e possesso. Vuol dire capire che un “no” non è un ostacolo da superare, ma un confine da rispettare.
E scrivere, oggi, vuol dire anche trovare le parole per dire: “Questa cosa non mi va”. “Mi hai fatto stare male”. “Ho bisogno di aiuto”. Queste non sono teorie da inculcare. Sono parole da dare. Perché nessuno vuole togliere qualcosa alle famiglie. Il punto è il contrario: non lasciare soli quei ragazzi che, in famiglia, su queste cose trovano solo silenzio. E allora io a quel commento risponderei con una domanda sola, perché i ragazzi certe informazioni le vogliono comunque: preferiamo che a dargliele sia un adulto preparato, o vogliamo lasciar fare all’algoritmo, al gruppo WhatsApp, al porno su internet e al “bro, fidati, che col coito interrotto vai sul sicuro”?
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