Economia in ripresa, l’Italia dice grazie alla Germania

L’ultimo trimestre del 2025 si chiude con ottimismo, note positive dall’industria. A certificarlo sono le rilevazioni dell’Istat e un’indagine di Bankitalia su imprese con almeno 50 addetti

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Incoraggianti le rilevazioni dell’Istat e un’indagine di Bankitalia sulle imprese con almeno 50 addetti
Incoraggianti le rilevazioni dell’Istat e un’indagine di Bankitalia sulle imprese con almeno 50 addetti

L’ultimo trimestre del 2025 si chiude con una nota di ottimismo per l’economia italiana. Le note positive vengono da quello che è il suo “cuore”, e che deve essere considerato tale: l’industria. A certificarlo sono le rilevazioni dell’Istat e un’indagine di Bankitalia su imprese con almeno 50 addetti. Per queste infatti la produzione industriale mostra segni di ripartenza. Pertanto, salvo shock geopolitici, il 2026 parte promettente.

L’Istat, pur considerando la flessione congiunturale dell’ottobre 2025, è su questa linea. Per l’Istituto, salvo il fatto che la produzione di beni di consumo soffra “lievemente”, su base annua i segnali sono positivi. L’unica nota stonata è che Bankitalia rileva un 1,9% di spinta inflattiva nel settore industriale. L’ipotesi migliore è che sia sintomo di smaltimento del recente shock inflattivo.

Insomma, due autorevoli fonti (Bankitalia con qualche prudenza in più) mostrano la possibile uscita dalla crisi industriale. Merita allora interrogarsi sulle cause di ciò. Le ipotesi sono due. La prima è quella di una ripresa keynesiana, ossia stimolata dalla spesa pubblica. L’altra è che il motore industriale italiano, appena se ne presenta l’occasione, continui a girare sul suo classico modello postbellico, cioè centrato sul ruolo propulsivo delle esportazioni. Che è molto più che seguire passivamente la domanda estera puntando su bassi costi interni. Invero un po’ lo è stato prima dell’euro. Poi, l’industria italiana, in primis il Nord Est, ha saputo integrarsi ben oltre il semplice terzismo nella filiera Nordeuropea. Quindi si ratifica ancora il nostro “stile classico” di crescita. Ma anche l’eccessiva stasi della “domanda interna”.

Questo esclude un ruolo prioritario della finanza pubblica per la ripartenza. Paradossalmente vi ha inciso maggiormente quella della Germania. Dove, per creare spazio fiscale senza sfidare la Corte Costituzionale, si è modificata in corsa la Legge Fondamentale. Facile che queste risorse aggiuntive (502 miliardi di euro nel 2025) abbiano riattivato la domanda di beni intermedi delle filiere in cui operano le nostre imprese.

È presto però per valutare appieno l’effetto della Legge Bilancio 2026 che comunque spazi per l’industria ne lascia. In sintesi, il quadro congiunturale evidenzia chiari sintomi di sereno. Purtuttavia è bene essere prudenti senza avere un atteggiamento eccessivamente ottimista.

Perché, come rileva il Governatore di Bankitalia, meno ottimista rispetto alle “voci” provenienti dall’industria, le difficoltà ci sono tuttora. A partire dal tema della produttività del lavoro. È una criticità, rileva ancora Bankitalia, che dipende dalle troppe micro aziende. È un problema che permane sebbene, per stare alla sola industria, le imprese medio/grandi mostrino livelli di produttività competitivi rispetto ad Oltralpe.

La conseguenza: bassi salari che deprimono la domanda interna. Insomma, la prudenza è d’obbligo. In positivo c’è che l’export regge pur se resta l’ombra dei dazi. Al contrario la domanda interna, specie se ripartisse l’inflazione, resta l’incognita maggiore.

Quindi spazio all’ottimismo, però cauto. Anche perché i dati esaminati sono congiunturali cioè esposti al mutamento di direzione.

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