L’economia come campo di battaglia
Conflitti combattuti pure con l’economia: cosa ci spetta ora dipende dalla durata della guerra e dai suoi effetti di trascinamento

La guerra tra Usa e Israele contro l’Iran ci ricorda che i conflitti si combattono pure con l’economia. Lo dimostrano gli attacchi dal cielo sui regni sunniti che, al di là dei danni fisici che producono, sono messaggi simbolici. Il cui senso è far emergere la fragilità dell’interconnessione tra l’area del Golfo e l’economia mondo. Insomma, Teheran colpisce per avvertire.
È un messaggio via bombe per dire all’Occidente che potrebbe essere un conflitto più duro di come ci si aspetta. Nonostante questo, la chiusura dello stretto di Hormuz, l’arteria d’acqua che collega l’area ai traffici globali, pare assurda in termini di razionalità economica. Nondimeno, se a questa si sostituiscono altre scelte ideologico/valoriali, cambia. E Hormuz diviene uno strumento dell’economia utilizzabile come arma bellica.
I mercati, che sono efficienti sismografi geopolitici, già a fine febbraio fiutavano la tempesta che avrebbe fatto dell’economia un campo di battaglia. Infatti a fine febbraio i prezzi di noleggio delle superpetroliere superavano i massimi storici. Cosa ci spetta ora dipende dalla durata della guerra e dai suoi effetti di trascinamento.
Lo evidenziano il gas (decisivo per il costo dell’energia) e il petrolio, bene intermedio per produrre vari prodotti finiti, il cui costo, trasmettendosi lungo le catene produttive, poi si tradurrà in inflazione. Purtroppo, e la cosa tocca pure l’industria Ue, di certo questa guerra già presenta un conto da pagare (crescente continuando la guerra) di cui la bolletta energetica è il piatto forte.
Il fatto è che lo stretto di Hormuz, data la strategicità della sua posizione geoeconomica e geopolitica, esprime (anche per quasi assenza di alternative) un’enorme potenzialità di valore economico. Ma al contempo di grande fragilità strategica dati suoi pochi chilometri (60 km in lunghezza e 33 km di larghezza nel suo punto più stretto) pure considerando che le rotte di navigazione hanno ancora meno spazio agibile.
Insomma, militarmente è facile da bloccare. L’Iran qui vi gioca una fiches politica e diplomatica di rilievo. Perché Teheran sa che solo minacciare la transitabilità di Hormuz oltre 20 giorni è un’atomica economica. Ma sa anche che è usabile con prudenza perché facendo troppo sul serio si inimicherebbe il mondo. Insomma, è una risorsa “ultima” per l’élite al potere. Senza sviluppi diplomatici potrebbe essere un boomerang.
Il punto è che le guerre fatte con l’economia possono colpire come quelle fatte con le armi. I droni sui siti turistici degli Emirati come la chiusura da parte dei Pasdaran dello stretto di Hormuz rispondono entrambi alla filosofia della guerra economica. Se Teheran reggerà qui potrà fare male politicamente perché mina la credibilità di Washington in aree dove questa vuole farsi garante di sicurezza.
Per intanto l’Europa, ma non solo, vedrà crescere la bolletta energetica. La qual cosa imporrà rallentamenti, già in essere, nella produzione industriali con danni alla sua competitività. Ed anche il settore dell’alluminio e suoi derivati (decisivo pure per l’industria militare), e di cui l’area del Golfo è divenuta un hub importante, è a rischio. Al contempo di nuovo l’inflazione bussa alla sua porta.
Insomma, l’Europa si affaccia su un Mediterraneo ora più inquieto e pericoloso. —
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