La spinta del Quirinale ai millennials: i segnali dal discorso di fine anno
Mattarella ha voluto lanciare la sfida di riprendere a sperare nel futuro, agendo per cercare di realizzarlo

I rituali si fondano anche sulla solennità e sulla ripetizione. E questo vale pure, naturalmente, per i discorsi di fine anno dei capi di Stato e delle autorità politiche e civili. Il nostro presidente Sergio Mattarella, nel corso degli anni, è sempre riuscito a innovare questo “format”, mandando messaggi che hanno saputo immancabilmente cogliere lo spirito del tempo, e andare a segno.
Ed è un po’ quello che il regista Paolo Sorrentino e il protagonista Toni Servillo, nel film La Grazia in anteprima nelle sale in questi giorni, colgono, a loro volta, raccontando un inquilino del Quirinale palesemente ispirato a quello in carica.
Nel suo undicesimo intervento di Capodanno a reti unificate – ciò che fa dei “discorsi del Presidente” anche dei prototipici eventi mediali – ha voluto lanciare la sfida di riprendere a sperare nel futuro, agendo per cercare di realizzarlo. Una sfida vera e propria poiché viviamo in un’epoca di “passioni tristi”, schiacciati sul presentismo e le routine quotidiane che ci affogano sempre di più, rendendo difficoltose le speranze di cambiamento.
Proprio per questo Mattarella ha scelto quali destinatari principali delle sue parole i millennials, quelli che dovrebbero confidare nel mutamento, ma si ritrovano a vivere in una società dove le chances di affermazione e di costruzione di un progetto di vita solido sono diventate per loro ben poche (e, difatti, in tanti hanno fatto o stanno pensando di fare le valigie).
A loro il capo della Stato ha indirizzato l’invito a prendere in mano il proprio destino, facendosi protagonisti della vita pubblica; e in questi passaggi sono riecheggiate le sue preoccupazioni sulla sfiducia sistemica nei confronti della politica, sull’astensionismo che cresce senza sosta e sulla crisi del volontariato.
Un appello all’attivismo civile delle giovani generazioni affinché possano caricarsi sulle spalle, oltre al proprio, anche il destino dell’Italia che, come ha sottolineato, rimane un «grande Paese» e un punto di riferimento in questa area del mondo. Non una dichiarazione di nazionalismo, ma la riaffermazione di quel patriottismo costituzionale che, sin dai loro inizi, costituisce la stella polare dei mandati del giurista Mattarella.
E «la nostra vera forza» coincide con la «coesione sociale nella libertà e nella democrazia», due concetti da estendere all’ambito della politica internazionale trattata all’interno del discorso. In questa parte il presidente ha ribadito con la consueta fermezza la totale condanna delle guerre come modalità di risoluzione delle controversie nelle relazioni internazionali, e ha definito «ripugnante il rifiuto della pace di chi si sente forte»: un altro punto fermo per chi è oggetto degli squallidi e intollerabili attacchi dei propagandisti putinisti.
E nel passare in rassegna i fronti aperti del tribolato anno in via di conclusione, Mattarella ha evocato gli 80 anni del referendum costituzionale che vide prevalere i fautori della Repubblica su quelli della monarchia. Quest’anno la battaglia tra i partiti si combatterà anche sul terreno referendario, ma il presidente ha usato la storia – in questo caso magistra vitae – per indicare ai più giovani che solo dal dialogo e dal confronto scaturisce la democrazia. E solo da un passato importante nasce un futuro degno e pieno di speranza.
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