L’illusione digitale dell’immortalità

Si chiama Digital Afterlife Industry ed è l’industria dopo la vita. Il settore è già popolato da imprese che traggono profitto dalla raccolta, gestione e vendita di “resti umani digitali”: uno sconvolgimento radicale delle categorie esistenziali

Massimiliano CannataMassimiliano Cannata

Il prepotente sviluppo dell’Ai si sta intrecciando con la rivoluzione digitale rendendo attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: superare ogni limite, anche quello supremo della morte. Le culture di ogni epoca hanno creato miti e narrazioni a cominciare da Prometeo, che ruba il fuoco agli Dei nell’illusione di rendere gli abitanti della terra potenti e invincibili con l’ausilio della tecnica.

Oggi siamo andati oltre: un rapporto dell’Eurispes dimostra che il laboratorio dell’uomo immortale è ufficialmente aperto. Si chiama Digital Afterlife Industry, con termini meno aulici la si può chiamare, industria dopo la vita. Il settore è già popolato da imprese che traggono profitto dalla raccolta, gestione e vendita di “resti umani digitali”.

Tutte le bigh tech hanno consegnato i loro brevetti per sviluppare l’immortalità digitale, anche se in questa prima fase a dominare sono le sturt up, fatte di professionisti delle tecnologie informatiche. Questa sorta di eternità simbolica è, infatti, realizzabile grazie all’applicazione di potenti algoritmi in grado di estrarre una grande massa di dati, che adeguatamente rielaborati producono una seconda identità, replica fedele di persone a noi care, che “tornano” a vivere. Interfacce in grado di utilizzare linguaggi e stile di conversazioni a noi familiari gettano un ponte di dialogo con l’aldilà.

La diffusione del fenomeno muterà anche il profilo dei cimiteri che diventano luoghi di interazione, in cui le atmosfere foscoliane, fatte di raccoglimento, si trasformeranno in ambienti immersivi, in cui il tempo non ha più significato. La questione è grossa, perché ha a che fare con l’eredità degli affetti, bene prezioso che segna la nostra intimità. Siamo di fronte a uno sconvolgimento radicale delle categorie esistenziali, un terreno ancora sconosciuto in cui ognuno potrà avanzare la pretesa di diventare testimone eterno. La rimozione, meccanismo che abbiamo tutti praticato quando abbiamo perso una persona cara per lenire il dolore, perde di senso, per lasciar posto alla “dislocazione del lutto”.

Nessuno muore per davvero e nessuno vive del tutto, la dimensione emotiva di questa non appartenenza segnerà il nostro destino. Anche il diritto all’oblio, tema che riveste importanti implicazioni giuridiche, oltre che morali e religiose, viene messo in discussione, trascinati come siamo in una sorta di eterno presente. I Millennials e la Generazione z subiranno i contraccolpi più gravi. Disorientamento, preoccupazione, disagio sono gli atteggiamenti prevalenti soprattutto nei giovanissimi, come dimostra l’indagine che è stata coordinata da Costanza Nosi, docente dell’Università Lumsa. I nativi digitali arretrano perché appare troppo forte anche per loro quello che si sta prospettando.

Una persona che non c’è più meriterebbe di essere consegnata alla sacralità intangibile della memoria, che non ammette repliche virtuali. Così mentre il capitalismo più cinico fa il suo mestiere individuando i target possibili cui vendere le informazioni post mortem, istituzioni e governi dovrebbero cominciare a sentire l’urgenza di definire norme adeguate e confini etici ben chiari, affinché il benessere psicologico e la dignità della persona non vengano sacrificate sull’altare delle fredde logiche di mercato.

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