Dieci anni senza verità: il caso Regeni e la misura etica di uno Stato

Dall’uccisione al Cairo ai depistaggi, fino alla lunga attesa di giustizia: cosa racconta davvero il tempo che passa sul valore dei diritti umani

Fulvio ErvasFulvio Ervas

Sono passati dieci anni dall’uccisione di Giulio Regeni. Immagino che si colga subito la distanza tra una morte naturale e un’uccisione. Quest’ultima è come un tragico seme che viene piantato nel corpo della giustizia e dal quale ci si attende possa crescere il fiore della verità. Che non fa rinascere le vittime, ma consola lo sgomento e diluisce il dolore di chi abbia patito tale perdita. E, forse, aiuta a credere oppure a illudersi che non accadrà mai più.

È stato chiaro, quasi da subito, il groviglio crudele in cui era finito Giulio. Il corpo ritrovato il 3 febbraio del 2016, alla periferia del Cairo, mostrava, senza ombra di dubbio che si trattava di un efferato atto omicida. Per le modalità e anche perché gli esecutori non si sono dati pena di occultare il corpo, il cui ritrovamento poteva servire da ammonimento per chiunque indagasse in profondità nelle tensioni sociali locali. Non è stato difficile puntare il dito verso le forze repressive del regime egiziano.

Ma un assassinio con quello scopo, che mostrava il volto di un intero Stato quando decide di non fingere, non poteva essere pubblicamente ammesso. Sarebbe stata una fotografia che coglieva nell’intimità una classe politica, rivelandone la spietata natura. Non potendo essere ammesso doveva essere insabbiato.

Ed è quello che l’apparato poliziesco egiziano ha cercato di farere. Sono state avanzate ogni sorta di ipotesi: la morte poteva essere dovuta a un incidente, le motivazioni potevano scaturire dai comportamenti di Giulio, sino all’ammissione che l’azione omicida fosse imputabile a un piccolo gruppo di malviventi, opportunamente eliminati in un conflitto dalla polizia stessa.

Una sequenza di bugie governata dall’alto. E questo rivelava che per capire chi fossero stati i veri assassini di Giulio, e comprenderne le reali motivazioni, sarebbe stato necessario sollevare le piramidi.

Viviamo l’incredibile contraddizione di un mondo che diviene sempre più veloce tranne quando si cerchino certe, vitali, verità. Allora torna preistorico.

Non è strano che il potere di fronte alla giustizia, soprattutto negli Stati in cui la democrazia balbetti o non esista, prenda tempo.

Anche nel nostro Paese, che egiziano non è, si sono mossi al rallentatore molti percorsi giudiziari. Cercare le responsabilità negli attentati alla stazione di Bologna oppure di Ustica, è stato più impegnativo che traforare le Alpi.

Prendere tempo equivale a raffreddare la reazione pubblica e ad attutire le conseguenze, trasformare un evento fortemente simbolico in un accidentato, e ormai lontano, percorso giudiziario. Se possibile, trasformare un’indecenza in un vago ricordo.

L’energia per tentare di sollevare le piramidi è venuta dai familiari di Giulio, dai colleghi, da settori istituzionali, da parte della stampa e dalla rete che si batte per la tutela dei diritti umani nel mondo. Energia che ha trovato appoggio nella procura di Roma, trascinando anche forze politiche, persino nel Parlamento europeo.

La procura del Cairo ha tergiversato, impegnata com’era a mantenere le piramidi al loro posto, a non favorire un attrito eccessivo tra partner economici a causa di una vita perduta perché, in quest’ottica, Giulio rimane una vita sola e gli affari hanno ben altro spessore.

Sta tutta qui l’origine della lentezza giuridica, mentre gli interscambi, dopo un iniziale imbarazzo, sono addirittura cresciuti.

Allora, l’energia non ha sollevato alcuna piramide? Chi muore in terra straniera rimane sepolto sotto i volumi di import-export?

I dieci anni di faticoso impegno dicono che le costanti gocce per arrivare alla verità sono state il lubrificante civile contro la ruggine degli interessi economici che, come un ossigeno aggressivo, avrebbe davvero fatto svanire Giulio dentro le menzogne dei servizi repressivi egiziani.

Dieci anni simbolo, al contrario, di una fame di giustizia e di identificazione delle responsabilità.

Quei cartelli gialli, che abbiamo visto e continuiamo a vedere ovunque, con scritto “Verità per Giulio Regeni” sono stati, e sono, una sorta di sole che illumina il Pil etico di uno Stato moderno e democratico. Per mostrarci se cresciamo davvero in questo ambito.

Perché uno Stato con un alto Pil etico non mollerebbe mai la ricerca su come sia stato possibile assassinare un suo giovane ricercatore e perché, non accetterebbe mai i goffi depistaggi, si opporrebbe a ogni tentativo di lasciar scorrere il tempo verso l’oblio e direbbe, ad alta voce, che questo è scandaloso.

Quindi, questi dieci anni, ci confortano in questo senso?

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