Il deficit degli Usa è un problema peggiore dei dazi
La Suprema Corte degli Stati Uniti ha annullato molti dei provvedimenti di Trump. Difficile però che la Casa Bianca tagli le spese rischiando consensi

La Suprema Corte degli Stati Uniti (SCOTUS) ha annullato molti dei dazi voluti dal Presidente Trump. L’Alta Magistratura, conforme ad una lettura ultraconservatrice (cioè ipoteticamente vicina al significato originario del testo) della Costituzione degli States, a maggioranza ha voluto circoscrivere i poteri della Presidenza. Quindi ha deciso che i dazi decisi dalla Casa Bianca siano invece competenza primaria del Congreso. La Presidenza, viceversa, per i dazi si era basata sui poteri emergenziali previsti da una legge del 1977.
Ma SCOTUS ha rigettato l’escamotage. Che accade ora? Di fatto la situazione è ingarbugliata. Il Presidente ha agito privo, dice la sentenza, del potere legale per farlo. Ora uno tra gli scenari peggiori per le imprese che fanno export sarebbe quello di una crisi costituzionale in USA. Perché l’economia ha bisogno di aspettative certe.
La questione va oltre i possibili, e annunciati, nuovi dazi. Anzi, questi (che possono pure avere la forma di vincoli ecologici) fanno parte dell’armamentario del commercio internazionale. Ciò che conta, bensì, è la stabilità del sistema legale statunitense che è la struttura portante del commercio internazionale. Il pericolo è che divenga eccessivamente fluido. Perché i mercati temono la vaghezza normativa che così si genera.
Certo, ha ragione il Governatore di Bankitalia Panetta nel dire che la “medicina” di Trump mostra di curare poco il deficit commerciale degli USA. D’altronde è difficile per questi tornare nel breve ad essere paese manifatturiero, a parte il settore IA. Di più, oltreoceano i dazi minacciano inflazione. Il paradosso ora è che nonostante i dazi, rinnovati post sentenza da Trump con un escamotage legale, il deficit commerciale degli USA permane.
Lo si comprende guardando ai grandi paesi esportatori – per grandi aree l’Europa e l’Asia sia comunista che no – e alle politiche che implementano per contenere i prezzi e così reggere nel mercato USA. Il “come” lo dice Goldman Sachs osservando come Pechino comprima la domanda interna per forzare l’export. Analogamente Berlino utilizza la leva fiscale per tagliare i costi alle imprese a sostegno del loro export.
Ovvero, come notano assieme il sito librale “phastidio” e l’economista radical statunitense Pettis, puntano a ridurre i costi, in particolare dell’energia, al fine di sostenere con il ricorso alla finanza pubblica le imprese orientate all’export, così bypassando almeno parzialmente le barriere tariffarie imposte dall’Amministrazione degli Stati Uniti. Purtroppo ciò può andare a detrimento della domanda interna.
Nondimeno la Casa Bianca si illude se punta a risolvere la questione del deficit commerciale ricorrendo ai dazi. Perché una delle ragioni del forte import di beni da parte degli Stati Uniti dipende dal loro budget, pur se vi incida anche la deindustrializzazione manifatturiera che la Presidenza tende ad imputare alla concorrenza straniera sleale. Infatti, è il deficit di bilancio degli States, ora sopra il 6%, ad essere il motore della crescita e dell’import oltreoceano, facilitato dalla capacità di indebitamento degli USA nel mercato finanziario.
È una situazione che andrebbe corretta per i troppi squilibri globali che genera. Difficile però che la Casa Bianca, con le elezioni di midterm alle porte, tagli il deficit rischiando il consenso. Un guaio e un problema per tutti, States compresi.
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