Dazi tra le certezze del commercio e le incertezze della politica

Le minacce della Casa Bianca si scontrano con una struttura degli scambi commerciali che le decisioni politiche faticano a modificare

Giancarlo CoròGiancarlo Corò
Trump mostra una tabella sui dazi
Trump mostra una tabella sui dazi

Proprio quando l’economia mondiale sembrava acquisire un assetto più stabile dopo un anno segnato dai continui annunci di Trump, ecco che la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti riporta nuovamente il caos nei mercati. In realtà, i principali osservatori economici, nonché le imprese che da più tempo operano sui mercati internazionali, mostrano oggi più cautela rispetto ai timori di un anno fa. Se non altro perché si è capito che le minacce della Casa Bianca si scontrano con una struttura degli scambi commerciali che le decisioni politiche faticano a modificare. Proprio nel 2025 gli scambi internazionali sono cresciuti del 4%, più di quanto sia aumentato il Pil mondiale.

Attenzione però. Se la congiuntura sembra confortante, non dobbiamo sottovalutare alcuni cambiamenti destinati ad incidere nei prossimi anni. Ci sono infatti alcuni punti fermi sui quali, in una situazione di incertezza, è opportuno ancorare le analisi.

Il primo è che le barriere tariffarie, indipendentemente dai giudizi di legittimità della Corte Suprema, sono qui per restare. Dobbiamo infatti riconoscere che gli squilibri economici creati da un libero commercio senza limiti non sono politicamente sostenibili. La desertificazione industriale di intere regioni americane è un monito anche per l’Europa, oggi minacciata dall’infernale macchina manifatturiera cinese.

Le leadership di Cina ed Europa, con Italia in testa, hanno spesso criticato il mercantilismo della Casa Bianca, salvo però praticarlo per decenni con attivi commerciali tenuti alti anche da politiche valutarie distorsive e, soprattutto, deprimendo costo del lavoro e domanda interna. Se un’economia ha la forza di esportare, deve allora mostrare anche disponibilità ad importare, nel caso aumentando le retribuzioni dei lavoratori e gli investimenti, oppure, il che è lo stesso, apprezzando il tasso di cambio. Se un certo equilibrio commerciale non viene raggiunto attraverso questi aggiustamenti, allora anche i dazi, piaccia o meno, possono diventare uno strumento per difendere le economie in deficit.

Il secondo punto fermo è che il commercio mondiale non sarà lo stesso per tutti. In altri termini, paesi e associazioni tra paesi possono decidere il livello di apertura sulla base di decisioni che attengono sfere non esclusivamente economiche, come la sicurezza, l’ambiente, la dignità sociale, la democrazia, il valore della cooperazione e della pace.

A ben vedere, proprio l’Unione Europea ha iniziato a muoversi in questa direzione, ponendo sempre più attenzione allo sviluppo di filiere industriali strategiche (difesa, AI, energia), mettendo vincoli alle importazioni da economie con bassi standard ambientali (emissioni CO2, deforestazione, greenwashing), e investendo nella cooperazione con precise aree geo-economiche (Mercosur, India, Africa).

Il commercio mondiale è in realtà molto più ampio e differenziato di quanto farebbero pensare i proclami di Trump. Com’è avvenuto in passato, proprio nei momenti di turbolenza tendono ad affermarsi nuove alleanze geoeconomiche. Ad esempio, se Stati Uniti e Cina sono destinati ad allentare le proprie relazioni commerciali, altre aree possono invece intensificarle, come del resto sta avvenendo all’interno dell’Europa anche oltre l’UE, e poi con Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia, America latina, Medio Oriente e diversi paesi africani. In sostanza, oltre la metà dell’economia mondiale (con il 70% della popolazione) vuole aumentare, non ridurre gli scambi, consapevole che tale processo, se ben regolato, aiuta le economie a crescere e prosperare.

Il terzo punto fermo, però, è che al libero scambio, così come l’abbiamo conosciuto nel trentennio della iper-globalizzazione, si dovrà affiancare un sistema di regole per renderlo più giusto e sostenibile. In particolare, molte più imprese dovranno imparare ad andare oltre l’export, investendo all’estero o cercando nei mercati di destinazione partner produttivi con i quali realizzare parte delle trasformazioni in prossimità del consumo finale.

Per l’Italia e il Nord Est questo scenario prospetta sfide tutt’altro che facili, ma può tuttavia aprire una nuova stagione di sviluppo, capace di valorizzare lo straordinario patrimonio di conoscenze produttive e, allo stesso tempo, offrire più opportunità ai giovani di diventare protagonisti di un’economia basata su innovazione e servizi di qualità.

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