Il mito dell’export da record: la vera sfida è far crescere i redditi in Italia
Oltre lo scontro politico sui dati di giugno: la dipendenza dai mercati esteri e il nodo della debolezza dei consumi interni

I dati sulla congiuntura economica scatenano puntualmente la presa di posizione delle parti politiche. Se da un lato si afferma che l’economia italiana sta andando bene, attribuendo il merito al governo, dall’altro si insiste sulle criticità, addossando la colpa al governo.
L’export cresce nonostante tutto
La politica ha certo molte responsabilità nelle dinamiche strutturali dell’economia di un paese, ma il suo ruolo viene spesso sopravvalutato, quando non travisato. È il caso degli ultimi dati sul commercio estero, che documentano una crescita di quasi il 10% delle esportazioni a giugno 2026 rispetto allo stesso mese di un anno fa.
Pensando alle avversità internazionali che hanno segnato l’ultimo anno – dai dazi di Trump al blocco dello stretto di Hormuz – questo risultato appare sorprendente, confermando la notevole capacità delle imprese italiane di competere nonostante le incertezze sui mercati globali. Tuttavia, è utile anche chiedersi se la crescita delle esportazioni sia sempre una buona notizia per l’economia. La domanda può sembrare provocatoria, ma come succede anche per altri temi economici – dall’occupazione alla produzione industriale – i dati possono nascondere delle insidie che è bene conoscere.
Innanzitutto, è necessario guardare in modo più completo all’informazione sul commercio estero, distinguendo i dati in valore da quelli in volume, per tenere conto della variazione dei prezzi. Solo questo accorgimento dimezza la crescita tendenziale dell’export italiano, portandola a un livello corrispondente alla media del commercio globale.
Esportazioni in Ue e importazione extra-Ue
L’altro aspetto da sottolineare è che stiamo crescendo grazie al mercato unico europeo: l’aumento dell’export verso i paesi Ue (Germania in primis) è stato infatti tre volte superiore a quello extra-Ue.
Dobbiamo poi osservare che assieme alle esportazioni aumentano anche le importazioni, anche se in tal caso i mercati di origine più dinamici sono esterni all’Ue: l’area Opec e gli Stati Uniti per l’energia, ma soprattutto la Cina per autoveicoli e altri beni manifatturieri.
Saldo positivo
In ogni caso, il saldo commerciale rimane positivo, attestandosi anche quest’anno sui 50 miliardi di euro. Ma diversamente da come si è soliti pensare, quest’ultimo risultato potrebbe in realtà segnalare anche un duplice fattore di fragilità: da un lato la dipendenza da una domanda estera soggetta a crescenti condizionamenti geopolitici, dall’altro la debolezza della domanda interna a causa della stagnazione dei redditi delle famiglie e della ridotta propensione a investire delle imprese.
Del resto, la storia economica dell’Italia ci dice che nei periodi più dinamici, come quelli del boom degli anni Cinquanta e Sessanta, l’import superava sistematicamente l’export, mentre quando il saldo commerciale diventa positivo, come avviene dagli anni Novanta, il Pil rallenta.
Oggi, inoltre, sia i mercati più ricchi, come gli Stati Uniti, sia le economie emergenti, dall’India all’America Latina, chiedono maggiore reciprocità negli scambi e lo sviluppo di rapporti di partnership produttiva tra imprese. Esportare, dunque, va bene, ma lo sarà anche investire all’estero e, soprattutto, importare almeno quanto si esporta, a beneficio di una domanda interna che potrà crescere solo se, corrispondentemente, cresce ciò che più conta per il benessere di un’economia, ovvero i redditi di famiglie e imprese.
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