Ecco come reinventare il concetto più profondo di cittadinanza
Nell’odierno disordine dello spazio globale asimmetrico, la cittadinanza non può essere uno status, un vessillo da agitare, ma appare piuttosto come la certificazione di un divenire. Come possiamo continuare a vietare ai bambini e ai ragazzi che nascono sul nostro territorio, frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua di godere dei nostri stessi diritti?

L’istituto giuridico della cittadinanza non è immutabile. La disgregazione dello Stato nazione, costruzione giuridico – politica della modernità, ne ha mutato la configurazione, anche se di questo le classi dirigenti mostrano di avere poca consapevolezza.
Non esiste più alcuna linearità tra territorio, autorità, diritto, che ne ha tracciato il fondamento. Nell’odierno disordine dello spazio globale asimmetrico, la cittadinanza non può essere uno status, un vessillo da agitare, appare piuttosto come la certificazione di un divenire.
Non è una patente discriminatoria da concedere il più tardi possibile, tenendo ben sala la differenza tra “noi” e “loro”, tra chi è portatore di diritti dignità e tutele e chi deve rimanere drammaticamente fuori, escluso, isolato apolide in una terra di nessuno, senza garanzie.
Su questi temi si condensa la proposta provocatoria di Anna Lazzarini, esperta della complessità e pedagogista dell’Università di Bergamo, sollevata attraverso uno scritto attraversato da molti interrogativi: Reinventare la cittadinanza (ed. Mimesis).
C’è, in effetti, da riflettere molto in una fase storica in cui la retorica identitaria e securitaria sembra essere rimasto l’unico “marcatore” che permette all’opinione pubblica di distinguere sinistra e destra, in una strana partita post-ideologica. Lo scontro tra la tolleranza acritica e la chiusura miope verso il diverso, tradisce, infatti, una scarsa capacità di guardare in faccia la realtà, togliendo qualità a un dibattito isterico e molto spesso fumoso che non contribuisce a chiarire le idee degli elettori.
Essere cittadini del mondo non è uno slogan vuoto, ma una tragica necessità per chi fugge da condizioni di povertà estrema e da schiavitù, ma anche una grande opportunità per chi coltiva l’aspirazione di accrescere il bagaglio di conoscenza confrontandosi con più contesti geografici. Lo Stato nazione non è più un contenitore etnicamente omogeneo, lo dimostra il volto cangiante delle nostre città, dove vivono e si muovono immigrati di seconda e terza generazione, che sono dentro i meccanismi sociali e produttivi. Sarebbe utile cominciare a maturare una visione universalistica pronta a riconoscere che esiste una pratica già in atto che viene prima del riconoscimento giuridico formale di cittadino.
Come possiamo continuare a vietare ai bambini e ai ragazzi che nascono sul nostro territorio, frequentano le nostre scuole, parlano la nostra lingua di godere dei nostri stessi diritti? Va ribaltata la prospettiva delle false narrazioni che ci vengono sottoposte dalla sterilità di un dibattito tra jus solis e jus sanguinis, che offuscato dalla propaganda, appare destinato ad assumere le sembianze di una disputa accademica, senza sbocchi concreti.
Non si tratta solo di dare voce a una moto di coscienza, a una ribellione etica, ma di impegnarsi a progettare con raziocinio un nuovo orizzonte di convivenza, che una politica meno attenta agli ultimi sondaggi e più aperta al futuro, dovrebbe vedere come priorità. Diritto ed educazione nel tempo della complessità devono insomma ritrovare dei punti forti di contatto, per dare risposte praticabili alla domanda universale di uguaglianza e ossigenare le democrazie, oggi infiacchita dal virus subdolo del populismo.
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