Scacco matto all'energia: perché la transizione è l'unica via per disarmare i regimi e salvare l'economia

Dai missili su Teheran alle navi ferme a Hormuz, la crisi del petrolio mette a nudo la fragilità dell'Europa. «Ridurre il bisogno di fossili significa svuotare gli arsenali di chi alimenta i conflitti»

Marco Panara

Cos’altro deve accadere per convincerci? L’attacco russo all’Ucraina con l’impennata dei prezzi del gas ha fatto fare un balzo ai prezzi mai recuperato, l’attacco di Usa e Israele all’Iran ha fatto salire il prezzo del petrolio e oscillare paurosamente quello del gas. Siamo ostaggi dei meno di 40 chilometri di mare che separa le due coste dello Stretto di Hormuz. Gli scienziati ci dicono da almeno tre decenni che bruciare combustibili fossili sta peggiorando progressivamente – e, se continuiamo così, irrimediabilmente – la qualità della vita, delle nostre vite e di quelle dei nostri figli, sul pianeta.

La spinta degli scienziati e della parte avvertita e consapevole dell’opinione pubblica non è bastata, ma ora è davanti a tutti una realtà non nuova ma ancora più trasparentemente drammatica: gas e petrolio non inquinano solo l’atmosfera ma il vivere civile e i processi economici.

Scenderanno forse i prezzi dai picchi di queste settimane, ma per quanto? E quanto ci possiamo fidare di un futuro che la scarsa saggezza del presente rende nebbiosissimo?

E allora guardiamo alle armi pacifiche che abbiamo nel cassetto, quelle che possono spegnere le micce e disinnescare le mine. Una, la più potente è ridurre drasticamente il nostro bisogno di combustibili fossili, svuotando così le casse di Putin, quelle di Teheran che finanziano i terrorismi, sgonfiando anche la baldanza del primo produttore al mondo, gli Stati Uniti di Donald Trump, svuotando le loro casse svuoteremo in parte anche i loro arsenali, placheremo la loro aggressività e forse riusciremo a vivere in un mondo meno violento.

Non sono il petrolio e il gas la prima ragione delle guerre, non di tutte, né queste finiranno quando riusciremo a farne in buona parte a meno, ma ci sarà una ragione in meno per farne e alcuni dei regimi più aggressivi, all’esterno e all’interno, avranno armi meno puntute.

Interessi enormi contrastano la riduzione dei combustibili fossili, ma di fronte c’è l’interesse generale, che riguarda la salute della vita sul pianeta ma anche la pace, il benessere, la qualità della vita civile, la stessa economia.

Il costo delle energie rinnovabili è ormai competitivo, le tecnologie sono avanzate e progrediscono, non c’è un solo motivo valido per non approfittarne e stimolare gli investimenti necessari ad aumentarne la produzione. Riapriamo all’energia nucleare, investiamo massicciamente e senza indugio per innovare il settore e renderlo più affidabile e sicuro.

L’Europa è stata la prima con il Green Deal ad affrontare il problema del riscaldamento climatico, la Cina, il maggiore produttore di CO2 del pianeta ha preso impegni seri e li rispetterà, l’India comincia a fare la sua parte. Per il pianeta e la salute di cittadini fino a ieri, ma oggi anche per ridurre una dipendenza fragile e pericolosa.

L’Europa non ha nelle sue viscere petrolio e gas, lo compriamo in giro per il mondo da venditori la cui costanza non è più affidabile negli anni e nei decenni, i tempi che ci si deve dare per assicurare stabilmente l’energia necessaria alle nostre case e alle nostre imprese. Questa dipendenza è costosa in termini economici, in termini di compromessi, in termini di imprevedibilità e incertezza, in termini di stabilità geopolitica.

Proviamo a immaginarla un’Europa che ha bisogno di una metà o un terzo del petrolio che brucia attualmente, di un terzo e magari più in là di metà del gas che importa. Proviamo a immaginare quanto saremmo più ricchi, più tranquilli e più sicuri.

Il Green Deal non va frenato, va corretto, non l’ideologia ambientale ma la consapevolezza ambientale e l’interesse strategico ne devono guidare l’applicazione.

Le ragioni delle imprese devono contare ma la loro responsabilità e consapevolezza deve crescere mentre deve schiacciarsi lo spazio per scelte e comportamenti opportunistici.

E l’Italia? L’Italia dove il prezzo dell’energia è più alto rispetto agli altri paesi europei che già la pagano di più degli americani e di altri concorrenti sui mercati internazionali? Quanto ci costa la nostra dipendenza dai combustibili fossili? C’è molta pressione delle imprese per ridurre tasse e contributi sociali, dovrebbe essere doppia o tripla quella per ridurre il costo dell’energia e per rendere più diffusa la produzione di energie rinnovabili. Guardiamo il prezzo del pieno e guarderemo le prossime bollette, vediamo i missili su Teheran, Beirut, Manama, Dubai, Israele, vediamo centinaia di navi ferme al largo di Hormuz. Cos’altro deve accadere per convincerci?

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