Se lo Stato dimentica che la democrazia passa per i piccoli borghi

Trent'anni dopo l'appello di Giorgio Lago, nulla è cambiato: Roma continua a tenere per il collo amministratori e cittadini, mentre il "piccolo è bello" si trasforma in un incubo burocratico

Francesco JoriFrancesco Jori

Piccolo è brutto; anzi, devastante. Se non funziona più neppure per l’economia il mitico “piccolo è bello” proposto oltre mezzo secolo fa da Ernst Friedrich Schumacher, figuriamoci per le istituzioni: come ha documentato la “due giorni” degli stati generali dei Comuni sotto i 5mila abitanti, che in Italia sono 7 su 10; e che sono la maggioranza anche a Nord Est, in Veneto con 351 su 560 (63%), in Friuli Venezia Giulia addirittura 168 su 215 (78%).

Un appuntamento che ha rappresentato un SOS allo Stato: con l’inquietante retropensiero che cadrà nel vuoto, come accade dalla nascita della Repubblica, alla faccia di quanto proclamato nell’articolo 5 della Costituzione, dove si afferma che essa “riconosce e promuove le autonomie locali”.

Gli stati generali hanno proposto una sequenza eloquente di come il centro consideri e tratti la periferia, con drammatiche ricadute specie sui piccoli municipi: dove ci sono sindaci che devono mettersi a guidare gli scuolabus, a sedersi agli sportelli dell’anagrafe, a dedicarsi a sfalciare l’erba; dove in 8 casi su 10 non possono permettersi il segretario comunale; dove sono privi (loro sì, per davvero) di scudo penale, pagando di tasca propria.

Come il primo cittadino di Grumolo delle Abbadesse, che ha ricevuto 28 denunce, uscendone assolto, ma attingendo ai suoi risparmi per saldare il conto dell’avvocato (22mila euro). Il tutto con risorse ferocemente tagliate, a partire dal personale: negli ultimi 15 anni, i piccoli Comuni hanno subìto un taglio anche del 20%. Un quadro che spiega in modo inoppugnabile perché al momento delle elezioni si stenti a trovare persone disposte a candidarsi a sindaco.

Sono dolenti note che si possono estendere a tutti i municipi italiani grandi e piccoli: ai quali lo Stato rifila compiti crescenti, per giunta inquinati da una burocrazia malefica, mentre contestualmente lesina loro i mezzi per esercitarli, da quelli economici agli organici.

Con un’aggravante, giustamente sottolineata dal presidente dei Comuni veneti Mario Conte nell’assemblea romana: penalizzare chi dimostra di saper gestire la cosa pubblica, con misure che castigano chi l’amministra con sobrietà e rigore, premiando per contro chi spende e spande con pervicace disinvoltura.

I rimedi? Pochi e sostanzialmente inefficaci, specie per i piccoli centri: dove si potrebbe ricorrere alla fusione tra Comuni, peraltro tarata in Italia dal plurisecolare spirito di campanile (in Germania, nel dopoguerra, i municipi sono stati ridotti da oltre 24mila a meno di 11mila…). Funzionano di più le Unioni di Comuni, realtà che si mettono assieme per gestire servizi essenziali e di area vasta: come propone ab illo tempore l’esperienza virtuosa del Camposampierese, nel Padovano.

Ma il punto nodale è che lo Stato sembra ignorare che i municipi sono il suo sportello periferico, il suo interfaccia con i cittadini: se i sindaci sono costretti a tagliare su trasporti, scuola, servizi sociali o ad aumentare le tasse per sostenere il costo, è lo Stato che rischia di perdere quel poco di credibilità che ancora gli rimane. Eppur non si muove, ostinatamente: era il 17 settembre 1995 quando l’indimenticato giornalista Giorgio Lago rendeva pubblica una lettera ai sindaci del Nord Est in cui spiegava che “solo con i sindaci si può fare la rivoluzione; abbiamo bisogno di amministrare per togliere ostacoli al cittadino, non per strozzarlo”. Trent’anni dopo, Roma continua a tenere per il collo entrambi, cittadino e sindaco. 

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