Se la ribellione collettiva a difesa della casa editrice riporta in scena la coscienza

Il licenziamento di Olivier Nora per mano di Bolloré diventa un caso politico e filosofico. Oltre 170 autori lasciano la casa editrice: è il segnale della fine dell'individualismo e del ritorno a una difesa comune della libertà di pensiero

Federica ManzonFederica Manzon

A volte capita che accadimenti che riguardano una piccola porzione di mondo e un numero circoscritto di persone, diventino rivelatori di movimenti più vasti e costituiscano quelle spie di cui parlava Carlo Ginzburg: indizi che è importante osservare per provare a capire i mutamenti meno visibili della realtà.

Qualche giorno fa la Francia, o per meglio dire Parigi, è stata scossa da uno scandalo che potrebbe essere erroneamente definito marginale. Vincent Bolloré, industriale che controlla diverse holding proprietarie di molti media internazionali, tra cui il gruppo editoriale Hachette, ha fatto licenziare in modo brutale e immediato Olivier Nora, amministratore delegato della casa editrice Grasset.

Bolloré non è nuovo ad azioni feroci, come non è nuovo alle accuse di aver assoggettato i media che controlla a una torsione politica verso l’estrema destra, limitando l’indipendenza delle redazioni. Olivier Nora non è un semplice amministratore delegato, è un uomo d’editoria che per più di vent’anni ha vegliato sulla casa editrice, prendendosi cura dei suoi autori e della sua autonomia. Grasset non è solo una casa editrice, è una delle più importanti istituzioni culturali francesi che contribuisce da più di un secolo al panorama e al dibattito intellettuale del paese.

A quest’azione, che non stupisce nel regno del turbo capitalismo, è seguita una reazione senza precedenti: più di 170 autori, diversissimi tra loro, hanno dichiarato che lasceranno Grasset, accusando Bolloré di imporre una linea ideologica e di minare l’indipendenza editoriale (una preoccupazione che tiene conto anche del fatto che il gruppo Bolloré controlla giornali, televisioni e radio di primo piano).

Cosa ci mostra questo terremoto in un mondo considerato trascurabile e disertato come quello del libro?

Ci mostra, mi pare, una spinta non lontana dal risveglio che ha portato i cittadini di Minneapolis a respingere l’Ice, i ragazzi italiani a scendere nelle piazze perché i crimini in Palestina non scivolassero fuori dall’attenzione, gli ungheresi a votare per un presidente che non li allontani dall’Europa.

Questi accadimenti, così geograficamente lontani, possono forse essere letti come spie di una trasformazione che riguarda le nostre coscienze, come l’uscita da quell’angolo ristretto in cui le avevano spinte anni di rampante e competitivo individualismo, anni in cui il futuro sembrava un albero della cuccagna pieno di ricompense per chi fosse stato abbastanza scaltro da coglierle prima degli altri, mors tua vita mea, un mondo a misura dei desideri di ego onnipotenti.

Ora invece, in epoca di crisi, le persone non sono più disposte a tollerare tutto: segnano la linea di un Rubicone che non deve essere passata. Se accade, si ribellano. E prima di tutto si organizzano. La contemporaneità tecnologica è al loro servizio.

Nelle ore successive al licenziamento di Olivier Nora si sono moltiplicate le chat, unendo persone in luoghi distanti che condividevano lo stesso sgomento. L’effetto sconvolgente in questo caso non sta nella decisione da parte di alcuni scrittori di abbandonare l’editore in cui non si riconoscono più - è consustanziale al potere la rivolta contro di esso - ma nella grandiosa unità dei soggetti: scrittori famosissimi ed esordienti, chi rischia tutto e chi sa che non avrà problemi a trovare un’altra casa editrice, tutti uniti con l’idea che solo l’essere insieme possa essere significativo. Tutti uniti, verrebbe da dire, grazie all’idea che ci sia qualcosa di più grande e più utile del vantaggio personale, qualcosa che quel vantaggio lo sott’intende, ed è il bene di tutti. Ritorna l’eco della vecchia frase di Berlinguer: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”.

Il caso Grasset ci mostra allora che perfino per esseri individualisti come gli scrittori - persone che passano il tempo da soli in una stanza a creare qualcosa che reputano immortale - oggi esiste un confine fuori di sé che ha un valore più grande rispetto al proprio sé: la chiamata della libertà di pensiero, dell’indipendenza, della giustizia. E la rivolta contro quel limite superato non può che essere una rivolta che supera i limiti del soggetto e lo pone in una dimensione collettiva, in una rete.

È grazie a questa capacità di pensarsi parte di una comunità più vasta, unita nel rifiuto dei soprusi e nella difesa della libertà, che la coscienza si riprende la scena, che il mondo cambia o quanto meno si scuote, si interroga, abbandona l’apatia, torna umano. È una spia, speriamo.

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