Attacco al Venezuela: se la strategia americana è “liberi tutti”
La decisione del presidente Donald Trump di passare all’azione e deporre Nicolás Maduro è la conferma del cambio di paradigma dell’ordine internazionale

Nell’ultimo giorno del 2025, il presidente Mattarella e papa Leone XIV hanno ricordato i fatti tragici dell’anno che si andava chiudendo, con l’auspicio che il 2026 portasse scenari migliori. Trascorsi quattro giorni dall’inizio dell’anno nuovo, i primi segnali non sono affatto incoraggianti.
La decisione di Donald Trump di attaccare il Venezuela e deporre Nicolás Maduro è la conferma del cambio di paradigma dell’ordine internazionale. Intendiamoci: Maduro non mancherà a molti. Al potere dal 2013, delfino ed erede di Hugo Chávez, è un personaggio politico assai discusso e discutibile. E non (solo) per i suoi collegamenti con il mondo del narcotraffico. All’indomani del proprio insediamento, Maduro ha represso nel sangue manifestazioni studentesche, per poi dissolvere nel 2017 il Parlamento in favore dell’istituzione di una Assemblea Costituente più condiscendente nei confronti del governo. La sua vittoria alle elezioni del 2018 è stata segnata da molte irregolarità, per non parlare di quelle del 2025: a maggio la vittoria del leader venezuelano era stata denunciata dall’opposizione come una farsa.
Al momento in cui scriviamo la situazione appare ancora poco chiara; tuttavia, credo si possa azzardare una previsione. Con tutta probabilità, quello che si configura, nei fatti, come un colpo di Stato, potrebbe aver trovato il sostegno di alcuni settori dell’esercito: da sempre un ganglio vitale per il regime, proprio le forze armate potrebbe essersi accordate con l’amministrazione Trump per consentire l’arresto di Maduro in cambio della creazione di un governo di transizione, magari guidato da un esponente militare, con l’appoggio esterno degli Stati Uniti.
Se pochi saranno, probabilmente, i rimpianti per la fine di Maduro, l’intervento americano lascia spazio a non poche preoccupazioni. La principale riguarda l’interventismo di Trump all’estero e le sue ricadute nello scenario internazionale. Gli attacchi della scorsa settimana contro lo Stato islamico in Nigeria, l’azione offensiva contro lo stesso Venezuela nel novembre 2025, tra gli altri avvenimenti, lasciano intendere la volontà di costruire una “iperpotenza”, che si arroga il diritto di intervenire in scenari diversi, senza costruire il consenso né esternamente, né internamente, non ricorrendo neppure alla doverosa consultazione con il Congresso (come nel caso dell’attacco di ieri), trovando escamotage in punta di diritto per agire al di fuori del quadro dell’ambito di azione presidenziale (l’attacco contro il Venezuela non come azione militare ma come operazione antidroga).
Questo contegno, nei fatti, amplia politicamente il ricorso allo strumento militare degli altri Stati. Con la scusa del «se lo fanno gli Usa, perché noi no? », Russia e Cina sostanziano le proprie azioni aggressive: la prima contro l’Ucraina, la seconda contro Taiwan. La politica di Trump diventa un «liberi tutti»: «liberi tutti» di sistemare le questioni territoriali rimaste latenti per decenni, anche con l’uso della forza.
In questo senso, gli Stati Uniti sono ancora un faro: ma un faro del laissez-faire, che riconosce come legittime le aspirazioni aggressive di potenza.
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