Piano per uccidere Papa Francesco a Trieste, l’importanza di quello scambio d’armi

L’Italia è stata a lungo un luogo franco di transito per terroristi mediorientali: se confermata, la notizia di un piano per uccidere Bergoglio sarebbe un evento di eccezionale portata

Valentine Lomellini
A sinistra Hasan Uzun, a destra Papa Francesco in piazza Unità a Trieste il 7 luglio 2024 (Lasorte)
A sinistra Hasan Uzun, a destra Papa Francesco in piazza Unità a Trieste il 7 luglio 2024 (Lasorte)

La scoperta di un piano per un attentato contro il Papa a Trieste nel luglio 2024, se confermata, è un evento di eccezionale portata per almeno due ragioni.

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A sinistra il cittadino turco sospettato, a destra Papa Francesco in piazza Unità a Trieste il 7 luglio 2024 (foto Lasorte)

Innanzitutto, sarebbe il primo progetto di un attacco in un Paese dell’Occidente contro un Pontefice nell’epoca post guerra fredda: l’unico precedente è quello del 13 maggio 1981 quando un membro dell’organizzazione turca Lupi grigi, Ali Ağca, sparò a Giovanni Paolo II.

In seconda battuta, la scelta della vittima e il contesto in cui sarebbe potuto avvenire l’attentato segnerebbero una cesura molto importante nell’analisi della strategia terroristica dei gruppi gravitanti intorno o affiliati all’Isis. Da diversi anni, infatti, l’ormai ex Califfato ha scelto di concentrare le proprie attività negli scenari extra-occidentali; una tendenza, questa, confermata anche da un altro importante protagonista della stagione terroristica degli anni Duemila, il regime talebano.

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Papa Francesco nel corso della sua ultima visita a Trieste, il 7 luglio 2024. Foto Silvano

La collocazione di un attentato, infatti, ha una valenza importante nel messaggio che i terroristi vogliono comunicare: gli attacchi non avvengono in modo casuale. Infatti, se si escludono gli atti dei cosiddetti lupi solitari (terroristi che agiscono autonomamente, ispirati ma non diretti da organizzazioni), negli ultimi anni abbiamo assistito ad una delocalizzazione della minaccia negli scenari africano e mediorientale.

Ancor più importante è la scelta dell’obiettivo: nelle ondate terroristiche più violente della metà anni Zero e degli anni Dieci, il principale simbolo della Cristianità – il Papato e, per estensione, la città di Roma – sono restati fuori dal mirino dei terroristi. Toccare quei target avrebbe significato lo scontro totale che, al contrario di quanto sostenuto dalla propaganda jihadista diffusa online, non era certo lo scopo finale.

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Dunque, stanti i fatti sinora conosciuti, si tratta di un cambiamento strategico da parte dell’Isis K? E quale può essere il suo scopo? A mio avviso, penso sia necessario fare un passo indietro e volgere lo sguardo alla nostra storia per trovare, dati gli elementi disponibili, una spiegazione. In primo luogo, non siamo certi che si tratti di una cellula terroristica attivata in Italia proprio con lo scopo di colpire il Papa.

Certo, la concomitanza della visita del Santo Padre ed il ritrovamento della pistola automatica munita di munizioni in un trolley abbandonato in un bar ha messo in allerta le autorità di pubblica sicurezza. E la presenza di altri individui interessati al contenuto della valigia può indicare che Hasan Uzun, poi arrestato per detenzione di arma da fuoco, non agisse da solo.

Tuttavia, e qui il secondo punto, la dinamica stessa del ritrovamento dell’arma (lasciata incustodita in un bar) lascia più intendere che si trattasse di uno scambio di armi come ne sono stati documentati a decine negli ultimi 50 anni. Non dimentichiamo che il nostro Paese è stato a lungo un luogo franco di transito per terroristi mediorientali che, proprio qui nella Penisola, si scambiavano gli armamenti. Ieri negli aeroporti, oggi nei bar. Con quale obiettivo?

Che il target fosse il Papa o meno, probabilmente Uzun non agiva in solitaria. E per capirne le ragioni, vanno ricercati i suoi complici.

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