Parsi: «Il presunto piano Isis contro Papa Francesco riflette un’epoca di estremismi»
Il politologo: «Il radicalismo cresce ovunque, il Papa scelto come simbolo. Gaza bandiera agitata dagli estremisti per colpire l’Occidente»

Vittorio Emanuele Parsi, politologo, è professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano.
Pensavamo che l’emergenza Isis si fosse in qualche modo sopita.
«Ciò che si è concluso, almeno per ora, è l’esperienza del Califfato. L’Isis esisteva prima del Califfato e continuerà a esistere anche dopo, perché le ragioni della sua esistenza sono da ricercare sia nella crisi che riguarda molte società civili dove l’Islam è maggioritario, sia nei rapporti tra Occidente e mondo musulmano. L’estremismo Isis è radicato nei Paesi della mezzaluna fertile e delle zone limitrofe, per cui la Turchia, le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale e a Oriente Afghanistan e Pachistan».
Considerando la nota dell’intelligence che fa riferimento a un «possibile» piano terroristico per attentare alla vita di Papa Francesco, come possiamo inquadrare il caso?
«Siamo di fronte a un’ipotesi, a un sospetto di progetto criminale. Direi comunque che è un caso quantomeno singolare, visto che di mezzo ora c’è una persona turca e il precedente attentato a un pontefice, Papa Wojtyła, era stato perpetrato da un gruppo terroristico turco, i Lupi grigi, che poi si è avvicinato all’islamismo radicale in Turchia. La Turchia, che per motivi storici ha sempre rappresentato il punto di incontro tra Occidente e Oriente, continua a produrre questi fenomeni. L’estremismo punta a cercare bersagli eclatanti, questo è il primo elemento quando parliamo di Isis, poi c’è di mezzo un estremismo che in questo periodo non è solitario. Viviamo in un’epoca di estremismi politici e di estremismi politico religiosi diffusi».
Sono presenti anche nella nostra società occidentale.
«Ci sono i lupi solitari o degli imitatori. O, meglio, dei gruppi che aspirano ad avere un franchising con l’Isis. L’Occidente in questo momento, visto quanto succede a Gaza, può aspettarsi di essere nel mirino del terrorismo visto che è ritenuto complice dello sterminio dei palestinesi. Non è che all’Isis interessi più di tanto dei palestinesi, intendiamoci, però il punto fondamentale è il fatto che quanto accade è una bandiera che può essere agitata per mobilitare gli estremisti. Sia ben chiaro: sostenere le ragioni palestinesi non è un atto di terrorismo. Però, considerando che l’Occidente, di fatto, non fa nulla per bloccare questo massacro, consente a chi vuole giocare nel torbido di farlo con molto più agio».
Questo presunto progetto per uccidere Papa Francesco risale a un anno fa. Il contesto era fondamentalmente lo stesso.
«Sì, esatto. Inoltre chi in quell’area aveva amici, parenti o reti di informazioni diverse da quelle abituali, sapeva che la situazione già allora era ben peggiore di quella che si raccontava. Ricordiamoci che noi in Occidente abbiamo un racconto estremamente edulcorato di quella che è la realtà dell’occupazione israeliana a Gaza o in Cisgiordania. Persino adesso».
Lei ricollegherebbe a questo discorso il presunto progetto di attentato a Bergoglio?
«Non posso dire che sia una conseguenza diretta. Però sicuramente, così come quando l’invasione dell’Iraq fomentò un’ondata di terrorismo islamista, da cui nacque poi l’Isis, non c’è dubbio che quanto stiamo vedendo ora in Palestina alimenti il terrorismo. Ciò è evidente».
Perché colpire Papa Francesco?
«Sarebbe stata una tragedia senza senso. D’altronde chi vuole colpire non fa una distinzione tra chi sostiene posizioni più dialoganti o più dure. Si possono dire molte cose su Papa Francesco, meno che non fosse dialogante con il mondo musulmano. Ma agli estremisti ciò non importa. Il tema non è Papa Francesco, ma l’attacco al Papa. Cioè è l’obiettivo in quanto Papa. Poi deve anche considerare che per gli estremisti di qualunque fede politico religiosa i costruttori di ponti sono i peggiori nemici. Chi è radicale vuole la lotta radicale. Ai tempi della guerra di Spagna i comunisti fucilavano più anarchici e socialdemocratici che fascisti. Il problema della nostra epoca è che il radicalismo, che sia a Mosca, Washington o Tel Aviv, sta guadagnando terreno. Ci stiamo abituando alla normalità delle posizioni estremiste, persino nei posti che prima rappresentavano i salotti buoni della politica».
Professore, ma perché pensare a un attacco proprio a Trieste?
«Forse perché la visita a Trieste era ampiamente programmata. Se lei deve pensare a un’azione terroristica la prepara molto tempo prima. Siccome per la Settimana dei cattolici la sede viene resa nota con largo anticipo, c’era tutto il tempo per pianificare».
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