I nemici della nuova legge elettorale della presidente Meloni

Una soluzione per avere il premierato senza il premierato e mettere in difficoltà gli avversari, ma che potrebbe alimentare le tensioni già presenti nella stessa maggioranza

Fabio BordignonFabio Bordignon
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio

Una nuova legge elettorale. L’ennesima. Pare questo il progetto del governo e della presidente del Consiglio. Una soluzione per avere il premierato senza il premierato. E mettere in difficoltà gli avversari. Ma che potrebbe alimentare le tensioni già presenti nella stessa maggioranza.

La madre di tutte le riforme – quella che dovrebbe introdurre l’elezione diretta del capo del governo – rimane in piedi. Non potrebbe essere altrimenti, visto che Giorgia Meloni ha fatto di essa, sin dall’inizio della legislatura, una questione identitaria. Viste le insidie del percorso di revisione costituzionale, è dato ormai per assodato che l’eventuale, scivoloso referendum popolare si terrà nella prossima legislatura. Dopo le prossime elezioni, che si giocherebbero quindi con le regole della legge Rosato. Il cosiddetto Rosatellum ha già garantito una volta una maggioranza larga al centro-destra. E una posizione solida a Meloni. Ma presenta comunque delle insidie, nel caso la partita risulti un po’ più equilibrata. E le forze di opposizione riescano a raggiungere una convergenza almeno per la formazione di un cartello elettorale.

Ecco allora il piano: eliminare i collegi uninominali e ripristinare un premio di maggioranza per la coalizione (e il candidato premier) vincente. Una sorta di Porcellum ripulito: il riferimento è alla vecchia legge Calderoli, e alla necessità di sanare i vizi di costituzionalità che affossarono quella legge. Meloni punta così a garantire potere e margini di manovra al capo del governo: insomma, una svolta presidenziale senza il premierato (che comunque richiederebbe una nuova legge elettorale).

Il risultato sarebbe anche quello di mettere in difficoltà agli avversari. Visto che regole così congegnate richiedono alleanze pre-elettorali. E un candidato alla guida dell’esecutivo. Insomma, tutto quello che manca nel mai nato campo largo. In questo senso, potrebbe persino favorire la complessa opera di ingegneria coalizionale di Elly Schlein. Se solo il Pd avesse conservato la propria vocazione maggioritaria. Mentre, come abbiamo scritto qualche settimana fa, la leadership della coalizione e di governo sembrano occupare anzitutto i pensieri di Giuseppe Conte. Il leader 5 Stelle, tuttavia, viste le attuali dimensioni del proprio partito, ritiene di potersi giocare le proprie chance soprattutto nel post-elezioni. Difficilmente, inoltre, accetterebbe di mettersi in gioco nella partita delle primarie.

Va ricordato che, a differenza delle riforme costituzionali, le leggi elettorali possono essere (ri)scritte a colpi di maggioranza.

Ma il centro-destra sarebbe davvero compatto, di fronte all’ipotesi di una legge con questo formato? C’è da dubitare che gli alleati di Meloni vedrebbero con favore la prospettiva di una premier (ancora) più forte. Anzitutto la Lega, che nel nome e nel simbolo continua a dichiararsi “per Salvini premier”.

Il Rosatellum, del resto, consente ai capi-partito di tenere in vita, almeno fino alla notte elettorale, il mito di essere tutti in corsa per Palazzo Chigi. In una coalizione ancora incapace di sciogliere il nodo della candidatura in Veneto, è difficile immaginare che il Porcellum ripulito trovi strada spianata.

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