Autonomia, la trappola di Lilliput: perché il federalismo resta un miraggio

Tra i proclami di Zaia e la concretezza di Fontana, la riforma si arena nelle paludi romane. Dalla mazzata referendaria allo scetticismo dei partiti: ecco chi ha paura di cambiare davvero l'Italia

Francesco JoriFrancesco Jori

Autonomia differenziata, la Lilliput del federalismo. Chiare, nette e quanto mai opportune le parole pronunciate da Attilio Fontana, presidente leghista della Lombardia: niente grancassa sull’autonomia, da sola non basta; è solo il primo passo verso un vero federalismo (che è ben altra cosa), “se no si rimane al palo per sempre”.

Diagnosi severa, ma impeccabile; che esprime la concretezza lombarda, del resto già esibita nel 2017 in occasione del referendum in materia: dove l’allora governatore Maroni aveva proposto ai suoi elettori un quesito con un’impostazione molto più negoziale del Veneto, limitandosi a chiedere a Roma poche ma nette competenze-chiave; al contrario del suo omologo Zaia, che aveva tracimato rivendicando tutte le 23 materie elencate in Costituzione.

L’esito è quello impietosamente segnalato dal calendario: oltre otto anni dopo, al netto dei proclami, nulla è stato portato a casa; e quelle che si profilano all’orizzonte per il Veneto non sono che le briciole. A minare il cammino, oltretutto, si è sommata la mazzata referendaria sulla giustizia: con l’evidente ricaduta di sterilizzare ogni progetto riformista della coalizione di governo, a partire dallo scambio tra premierato e autonomia. Se ne riparlerà tra non meno di un anno, dopo le elezioni; e in ogni caso, quella che andrà in porto (se anche) sarà una versione bonsai dell’originale veneto, ampiamente sforbiciata nelle regole e nelle risorse. Un Gulliver spiaggiato sull’italica e paludosa terra di Lilliput.

Ma al di là degli scenari contingenti, c’è una domanda di fondo da porsi una volta per tutte: quanti, in Italia, vogliono davvero il federalismo? Lo scetticismo è di rigore, a partire dalla politica: dove l’idea è a dir poco urticante per un centrodestra avvinto come l’edera al serbatoio elettorale del sud, e che già sabotò a suo tempo, nel 2006, il referendum sulla devolution della Lega. Né tira un’aria diversa nel centrosinistra, che nel 2001 in scadenza di legislatura votò in fretta e furia una pasticciata modifica della Costituzione spacciandola per federalismo; e come non ricordare gli sprezzanti giudizi dei D’Alema sui sindaci-cacicco, e degli Amato sui Comuni ridicolizzati come “il movimento delle cento padelle”?

Non che lo scenario cambi gran che se si esce dal contesto partitico. È di pubblico dominio la netta contrapposizione interna in Confindustria tra ala settentrionale e meridionale; né lo spartito cambia nelle altre categorie produttive, nel sindacato e in significative componenti della società civile, inclusa la stessa Chiesa. Nessun’altra riforma come questa spacca in due gli italiani: eppure, come sottolinea ancora Fontana, “il federalismo è fondamentale se vogliamo davvero cambiare il Paese”. E quanti lo vogliono sul serio, in un sistema bacato che con la regìa di un blocco pervicacemente centralista elargisce favori, incentiva furbi e furbetti, distribuisce a man bassa assistenzialismo, si fa debole con i forti e forte con i deboli?

Ecco perché, invece di asserragliarsi nel proprio mondo-fuori-dal mondo tra proclami di facciata e beceri scontri tra loro a prescindere, i partiti farebbero bene a parlare a e con quella categoria sempre più marginale ed emarginata che sono i cittadini, per spiegare nel merito di cosa si sta discutendo. Forse così scoprirebbero di poter registrare nel Paese una maggioranza che non c’è nel Palazzo. Dove troppi, da destra a sinistra, si attengono a un collaudato rimedio italico: quando soffia il vento del cambiamento, mettono su le doppie finestre.

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