Tremonti sui prezzi dell’energia: «Tassare gli extra profitti delle società del settore»
L’ex ministro delle Finanze, presidente di Aspen Institute, è intervenuto a EurHope, il programma sul sul futuro dell’Europa organizzato dall’Università di Verona e coordinato da Sergio Noto.

VERONA. I guasti della finanza, della globalizzazione, della classe politica e del debito pubblico. Ne ha per tutti Giulio Tremonti, presidente di Aspen Institute ed ex ministro delle Finanze, nel suo intervento a EurHope, il programma sul futuro dell’Europa organizzato dall’Università di Verona e coordinato da Sergio Noto.
Professor Tremonti partiamo dall’attualità, con la guerra in Ucraina e le fonti energetiche carissime…
«Questo problema di portata mondiale andava affrontato prima. Invece, se andiamo a rileggere il comunicato del G7 del giugno 21, troviamo intere pagine sulle transizioni ambientali, sociali e digitali e due piccoli paragrafi su Russia ed Ucraina. Ora che il problema è scoppiato nella sua gravità dobbiamo fare i conti con prezzi alle stelle, debito pubblico cresciuto a causa della finanza espansiva e con l’inflazione, che a casa nostra rischia di amplificare i fenomeni».
Cosa si può fare concretamente e nel breve?
« Per i prezzi dell’energia tassare gli extra profitti delle società del settore o tagliare le accise che gravano sui carburanti. Era evidente dal secondo semestre del ‘21 che tutto stava cambiando, con l’inflazione che cresceva e le materie prime comuni, dal legno alla ghisa, che aumentavano. Ora è tardi, con il carrello della spesa che diventa più leggero ed i problemi sociali alle porte. Anche il PNRR rischia di essere già vecchio».
Vuole dire che gli obiettivi di sviluppo del Paese che il Piano si pone non sono più attuali?
«Intendiamoci, il Recovery Fund non è altro che l’Eurobond, che nel 2003 l’Italia chiese nel suo semestre europeo di presidenza, ottenendo un diniego. Per cui, adottandolo, finalmente l’Unione Europea si è messa dalla parte giusta della storia. Ma adesso, con la guerra, i profughi e i problemi energetici, quel modello di sviluppo rischia di essere superato. È un fatto che si riparla di carbone, che prima era bandito, e la gran parte delle opere previste devono ancora partire. Le risorse economiche potrebbero essere sottratte da altre priorità ed emergenze». L’Unione Europea è sulla giusta lunghezza d’onda e può recitare un ruolo nell’attuale congiuntura?
«C’è un problema di qualità della classe dirigente, con il rischio che siano “turisti della storia” più che protagonisti. L’Unione Europea è stata un movimento ideale forte e giusto che in passato ha vissuto anche una fase eroica, da Ventotene al Trattato di Roma, e che con l’avvento dell’euro ha anche impedito il crollo di tanti Stati sotto i colpi della globalizzazione. Ma siamo ancora deboli, l’allargamento da 6 a 27 Stati è stato troppo veloce, non c’è una forza militare comune e mancano vere infrastrutture europee».
La globalizzazione sembra che per lei sia la causa di tutti i mali…
«La globalizzazione ha portato quelle che definisco le “sette piaghe”. La caduta dei confini, con l’idea che l’uomo globale non avesse passato, ma solo futuro. L’Asia diventata la «fabbrica del mondo», con l’inquinamento soltanto spostato altrove, con alterazioni climatiche e habitat ideale per i virus. Il sesso piacere e non responsabilità, col disastro demografico dell’occidente che ne è la conseguenza. Lo svuotamento della democrazia a favore di finanza e banche centrali, dall’«helicopter money» al «whatever it takes». La trasformazione in peggio dei governanti dell’occidente che dimostrano scarsa visione, di fronte alle ambigue figure dei governanti dell’oriente. La pandemia con i suoi effetti, non solo sanitari, ma anche di paura che riscontriamo nel disordine del mondo. Infine, la guerra che ci ha portato ad un tornante violento della storia, con davanti a noi l’imprevedibile e non il bene».
Il titolo “EurHope” invita alla speranza, ad un futuro migliore per l’Europa. Cosa può dire in proposito?
«Che solo recuperando i valori, la responsabilità, la cura del territorio, la famiglia, la ricerca e le finalità etiche, l’Europa potrà trovare il suo futuro e superare la crisi».
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