Parte a Vicenza il programma Hac Nordest per accelerare le startup hi-tech
Promotore è l’acceleratore e investitore in startup Industrio Ventures di Rovereto, in collaborazione con Adacta Tax Legal e con lo studio padovano Gallo & Partners.

L’intelligenza artificiale, la robotica e il telerilevamento (remote-sensing) sono i tre principali campi tecnologici in cui operano le dieci aziende italiane ad alta intensità innovativa selezionate per la quarta edizione del programma di accelerazione di startup e spinoff innovativi HAC Nordest. Sono quattro le startup trivenete partecipanti: le vicentine TR2 (sensing avanzato per applicazioni manifatturiere, ambientali e di sicurezza) e BioConnex (piattaforma per la biosicurezza in ambienti industriali), la rodigina Floating Games (verifica in tempo reale di fattibilità design industriale) e la monfalconese Northern Lights (materiale composito brevettato con matrice termoplastica riciclabile al 100%).
Promotore di HAC Nordest è l’acceleratore e investitore in startup Industrio Ventures di Rovereto, in collaborazione con Adacta Tax Legal e con lo studio padovano di consulenza in proprietà industriale e intellettuale Gallo & Partners. «Il forte interesse generato da questa quarta edizione veneta di HAC Nordest, con candidature di qualità da ogni angolo d’Italia, conferma tre cose – spiega Gabriele Paglialonga, direttore generale di Industrio Ventures –. La prima è l’attrattività dell’ecosistema dell’innovazione nordestino, grazie alla sua tradizione manifatturiera e alla densità di imprese, professionisti e investitori early stage lungimiranti. La seconda è la grande reattività delle startup italiane. La terza, e questo ci fa ovviamente piacere, è la reputazione a livello nazionale di cui gode HAC Nordest, iniziativa flagship di Industrio Ventures all’insegna della concretezza e del risultato».
Il programma di accelerazione avviato questa settimana si snoderà attraverso 13 incontri in presenza e da remoto e porterà al Demo Day conclusivo davanti a investitori e stakeholder del 27 gennaio 2027 presso la sede di Adacta Tax & Legal a Vicenza. Fondamentale, infatti, per le imprese ad alto contenuto innovativo è prepararsi adeguatamente per l’accesso a un mercato dei capitali diventato più selettivo.
Il venture capital per le startup in Italia
Nei primi sei mesi del 2026 le startup e imprese innovative italiane hanno invertito il trend, che era in calo da alcuni anni, raccogliendo un po’ di più rispetto allo stesso periodo del 2025, ma con meno operazioni. L’osservatorio sul venture capital di Growth Capital e Italian Tech Alliance riporta un totale di 813 milioni di euro di investimenti in 145 operazioni da gennaio a giugno. I numeri italiani del venture capital sono comunque molto ridotti rispetto al totale europeo dello stesso periodo, che è stato di 44 miliardi di euro in 5330 round di investimento, di cui il 60% in progetti legati all’intelligenza artificiale e quasi la metà (20,3 miliardi) nel solo Regno Unito.
«Per facilitare la raccolta di capitali in Italia servono tre condizioni», spiega Francesca Pasqualin, partner di Adacta Tax & Legal e responsabile della service line Startup & Emerging Companies. «Primo: startup preparate con team referenziati, milestone chiare e scalabilità, oltre che trasparenti nei numeri. Secondo: investitori incentivati a sostenere l’innovazione anche nelle fasi iniziali. Terzo: un ecosistema più connesso con le imprese consolidate. Solo così il fundraising può diventare non un ostacolo episodico, ma parte di un percorso strutturato di crescita».
Pasqualin però lamenta che nel Nordest manca una comunità di “business angel” che investono da soli o in gruppo nelle startup, come succede invece in Piemonte: «Bene gli acceleratori che creano ecosistemi e condizioni d’incontro tra imprenditori e startup, aiutandole a crescere e facendo formazione. Ma servono anche club di imprenditori, perché la prima cosa che gli startupper chiedono è supporto nel fundraising». Inoltre, occorre una prospettiva stabile per gli incentivi fiscali sui capitali privati in startup e Pmi innovative: «In un momento in cui gli investitori sono più selettivi, l’incertezza rischia di ridurre ulteriormente la propensione al rischio, soprattutto da parte di business angel e investitori privati», sottolinea la consulente.
L’open innovation nel Nord Est
Ma per incentivare gli investimenti di capitale di rischio in imprese hi-tech emergenti occorre anche che queste operino in un contesto di mercato in cui ci sia spazio per le innovazioni che propongono. Ecco quindi che un obiettivo altrettanto importante dei programmi di accelerazione come HAC Innovation è mettere in contatto le startup con consolidati attori industriali del territorio. In particolare, molto importante per le nuove realtà che propongono soluzioni applicabili in ambito manifatturiero è avviare collaborazioni con imprese storiche del tessuto produttivo che perseguono innovazione di prodotto o di processo anche per vie esterne. Qui sta proprio la sfida dell’open innovation, che molti evocano e invocano, ma che poche aziende in Italia, anche nel Nord Est, praticano.
A tal proposito, soprattutto le PMI manifatturiere restano ancora molto lontane da percorsi di collaborazione aperta con le startup innovative. Lo constata l’acceleratore Le Village By CA Triveneto, che aiuta startup già avviate sul mercato (50 nella sede di Padova, 200 in Italia e 1400 in tutta la rete europea di Le Village) a sviluppare partnership industriali con aziende mature del territorio per servizi e prodotti innovativi spesso mirati ad aumentare la produttività. «I macro trend tecnologici su cui lavorano maggiormente le startup trivenete oggi sono la trasformazione digitale, l’efficienza energetica e i sistemi di misurazione e monitoraggio delle emissioni carboniche con applicazioni di intelligenza artificiale», nota Matteo Di Biagi, direttore generale di Le Village By CA Triveneto. Tutti ambiti in cui, nella logica dell’open innovation, le startup possono aiutare aziende consolidate che non hanno le risorse economiche, le competenze e il tempo a disposizione necessari ad avviare da zero lunghi processi interni di innovazione. «Ma – osserva Di Biagi – da parte di tante imprese c’è un problema culturale di ritrosia ad aprirsi. In particolare, è difficile che riescano a farlo Pmi manifatturiere da poche decine di milioni di euro di fatturato con problemi organizzativi interni». Lo scopo di Le Village è scardinare queste limitazioni. «La prima cosa che dico alle imprese – sottolinea il direttore dell’acceleratore – è che devono individuare una figura interna per seguire questi processi. Tra le industrie venete più grandi, invece, ci sono diversi percorsi interessanti di apertura. Per esempio, il produttore di abbattitori di temperatura e quadri elettici Irinox ha un innovation manager e sta lavorando su vari progetti, e stiamo accompagnando anche Acciaierie Venete e Sirmax in un cambiamento organizzativo interno».
L’opinione dell’esperto israeliano di open innovation
La questione del ritardo italiano sull’open innovation è rimarcata infine da Itai Green, fondatore di Innovate Israel e tra i principali esperti internazionali di collaborazione tecnologica tra aziende: «Ci sono diversi problemi, tra cui la frammentazione. Nonostante l’abbondanza di hub e piattaforme, gli ecosistemi spesso operano in compartimenti stagni a causa di differenze culturali, linguistiche, di prassi aziendali e della mancanza di strategie coordinate. Gli ecosistemi locali europei favoriscono solide relazioni tra startup emergenti, università e agenzie locali, ma spesso mancano le infrastrutture o le connessioni globali necessarie per scalare le innovazioni oltre i mercati locali immediati. Per quanto lodevoli – chiosa Green – gli incubatori d’impresa non bastano, le aziende devono assumere un ruolo guida e promuovere collaborazioni con maggiore frequenza rispetto a quanto fanno attualmente».
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