La prossima chiusura dell’Ilva apre una prateria all’import d’acciaio

Negli ultimi anni con la crisi di Taranto sono esplose le importazioni degli acciai piani utilizzati dall’industria. Ma i tentativi di salvataggio in extremis non sono facili

Federico Piazza

Manca poco al perfezionamento del record italiano in materia di acciaio a basse emissioni carboniche. A breve, infatti, si fermerà verosimilmente per sempre l’unico impianto a ciclo integrale che impiega come materie prime minerale ferroso, carbon coke e calcare. L’elettrosiderurgia, che già copre circa il 90% dell’output nazionale di acciaio grezzo e che vanta un’impronta carbonica fino a dieci volte inferiore agli altoforni, arriverà dunque al 100%.

Il solo altoforno ancora attivo in tutta la Penisola è infatti quello di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria (più nota con il vecchio nome di Ilva), che sarà spento per effetto di una sentenza del tribunale di Milano che ha ordinato di fermare l’intera area a caldo di Taranto entro fine ottobre per problemi ambientali legati alla presenza di amianto e all’emissione nell’aria di polveri sottili nocive.

I legali di Acciaierie d’Italia hanno presentato un’istanza di sospensiva degli effetti della sentenza, che i giudici esamineranno mercoledì 9 settembre, nella quale la società dichiara che, in caso di rigetto, il 16 settembre inizierà il procedimento irreversibile di raffreddamento naturale degli impianti. E pochi nel settore credono che questo tentativo di rimandare lo stop dell’altoforno possa avere successo.

Questo passaggio può trasformare per sempre l’industria siderurgica italiana. Ridotte al lumicino appaiono infatti le probabilità che l’ex Ilva, storicamente specializzata nella produzione di laminati piani, sia riconvertita nei prossimi anni a forni elettrici. E remotissima sembra la fattibilità di un impianto di pre-riduzione del minerale, il Dri/Hbi, che è un ingrediente necessario per ritrasformare i rottami in nuovo acciaio.

«Per produrre con forni elettrici ad arco 6 milioni di tonnellate di acciaio di alta qualità, che è il limite delle autorizzazioni in essere per il sito di Taranto, servono all’incirca tre milioni di tonnellate di pre-ridotto», nota uno dei massimi esperti italiani di metallurgia, il professor Renzo Valentini dell’Università di Pisa. «Si tratta di un materiale che viene totalmente importato da Paesi ricchi di gas. Per fare questi volumi di pre-ridotto a Taranto, o in Italia, servono non solo minerale di ferro di alto valore qualitativo, ma anche circa un miliardo di normal metri cubi di gas (ovvero la quantità di gas che sta in uno spazio di un metro cubo, alla temperatura di zero gradi, ndr), per il quale servono infrastrutture adeguate e condizioni di prezzo economicamente sostenibili. A ciò si aggiunge il fabbisogno considerevole di elettricità per i forni ad arco». Questione molto complicata.

La parabola declinante dell’Ilva è nota. Per decenni, a partire dagli anni Sessanta, il complesso siderurgico è stato il più grande d’Europa; arrivava a picchi produttivi di oltre 10 milioni di tonnellate annue. Nel 2012 superava ancora gli 8 milioni. Dopo di che, per effetto delle inchieste giudiziarie per disastro ambientale e rischi alla salute, delle controverse gestioni commissariali e aziendali che si sono succedute e delle mutate condizioni globali del settore, i conti sono andati profondamente in rosso, le iniezioni di denaro pubblico si sono sprecate senza invertire la rotta e la produzione di acciaio è scesa progressivamente sino a crollare a meno di 2 milioni di tonnellate nel 2025.

Anche la saga per il presunto rilancio è quasi infinita. Il principale contendente rimasto in gioco con una proposta aggiornata a inizio agosto 2026, il gruppo indiano Jindal Steel International, è interessato soprattutto alle lavorazioni a freddo di laminati piani a Taranto e nel Nord Ovest, oggi quasi tutte ferme, a cui darebbe in pasto i suoi semilavorati prodotti in India e Medio Oriente. In Oman, per esempio, sta investendo in produzioni siderurgiche con contenuti di CO2 inferiori alle soglie fissate dal Cbam, il meccanismo europeo che fissa un tributo ambientale sulle importazioni da Paesi extra Ue di beni ad alta impronta carbonica.

A Jindal interessa quindi entrare nel mercato italiano ed europeo dei cosiddetti hot rolled coils, le bobine di acciaio piano laminato a caldo, utilizzate da diversi settori industriali. Un mercato dove il crollo della produzione dell’ex Ilva è stato solo parzialmente bilanciato dall’aumento di altri player nazionali e moltissimo, invece, dall’import.

Di fatto, in Italia negli ultimi anni si è aperta una prateria per le importazioni da Paesi extra Ue, in primis la Turchia, di semi lavorati piani al carbonio, che servono a fabbricare macchinari, elettrodomestici, automobili, tubi, imballaggi, scatolame e articoli di consumo vari. Acciai che, se dotati di proprietà fisiche ad hoc, possono inoltre avere impieghi speciali nel navale, nella difesa, nell’aerospazio, nelle infrastrutture energetiche.

Bastano pochi numeri per capire la portata di questo mercato: oggi l’Italia importa circa il 70% del fabbisogno di acciai piani, mentre la produzione nazionale al carbonio, inox e altre leghe è scesa da 14,5 milioni di tonnellate nel 2012 a 8,9 milioni nel 2025. Non è un caso che sugli hot rolled coils punti il progetto della nuova acciaieria Metinvest Adria da 2,7 milioni di tonnellate a Piombino, in cui la joint-venture Metinvest-Danieli sta cercando un terzo socio con cui consolidare finanziariamente il progetto e avviare i lavori di costruzione nel 2027.

In un mercato siderurgico più protetto rispetto alla concorrenza extra Ue dopo l’introduzione dei nuovi più stringenti dazi e del Cbam, sulla carta c’è in effetti spazio per una nuova acciaieria di laminati piani al carbonio anche a Taranto. E a contrastare gli indiani sull’ex Ilva potrebbe esserci la cordata costituita da una quindicina di aziende siderurgiche italiane, comprese quattro del Nordest (Acciaierie Venete, Afv Acciaierie Beltrame, Abs, Gruppo Pittini), che a metà agosto hanno presentato una manifestazione d’interesse attraverso la federazione di settore confindustriale Federacciai. Gli imprenditori stanno confrontandosi con il governo e i commissari di Acciaierie d’Italia per valutare l’ipotesi di una propria proposta.

E, secondo alcune voci, potrebbero non limitarsi alla laminazione a freddo ma considerare di investire anche in almeno un forno elettrico ad arco con una capacità produttiva di due milioni di tonnellate. A patto che il governo risolva - e sostenga con ingenti fondi - i nodi spinosissimi della bonifica ambientale, dell’energia e del personale in esubero. Una questione non semplice, anche sul piano politico, come si è visto venerdì, quando 28 aziende dell’indotto hanno avviato le procedure per 2.500 licenziamenti collettivi. È bastato un attimo perché sulla premier Giorgia Meloni e sul suo governo, che a pochi chilometri di distanza, a Bari, festeggiava il record di quattro anni a Palazzo Chigi, si riversasse un’onda di delusione.

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