L'esperto dopo il caso OpenAI: «La ribellione è una favola di marketing, il vero rischio è la delega umano»
Dario Da Re, direttore dell’Università di Padova per la Digital Learning: «Più che paura serve acquisire consapevolezza, la scuola e l’università hanno il dovere di costruirla»

Dario Da Re, direttore Digital Learning dell’Università degli studi di Padova, cosa pensa della notizia sul sistema innovativo di intelligenza artificiale che avrebbe agito in modo inatteso durante un test, resa nota da OpenAi?
«Molto spesso queste notizie escono per scatenare il panico mediatico. C’è naturalmente un interesse giornalistico, ma non bisogna trascurare anche quello commerciale, di marketing. Solo poche settimane fa è emersa una notizia analoga riguardante Anthropic. Le grandi aziende che sviluppano questi modelli hanno tutto l’interesse a dimostrare quanto siano potenti. Se durante un test emerge un comportamento inatteso, può significare che il modello ha operato in un ambiente meno protetto del previsto o che ha portato alle estreme conseguenze le istruzioni ricevute. Non è un’intelligenza che decide autonomamente di ribellarsi».
Quindi il problema non è la macchina?
«Esatto. Tutti i sistemi tecnologici sono costruiti per raggiungere un obiettivo. L’intelligenza artificiale non può essere interpretata in chiave antropomorfica. È una macchina progettata dall’uomo. Che la tecnologia decida in maniera autonoma è follia».
Eppure oggi all’AI vengono affidati sempre più compiti decisionali.
«Ed è proprio qui che si concentra il vero tema. Stiamo delegando alle macchine funzioni sempre più importanti. La domanda non è se l’intelligenza artificiale abbia preso vita, ma fino a dove arriva la delega dell’essere umano. Quali istruzioni le sono state date? Quanto margine decisionale le concediamo? Per me dovrebbe essere nullo».
Perché l’intelligenza artificiale è una tecnologia così diversa dalle precedenti?
«È uno dei più grandi cambiamenti della storia dell’umanità, non soltanto del mondo digitale. Per certi aspetti è una trasformazione persino più profonda di Internet. Internet ha cambiato il nostro modo di fare le cose; l’intelligenza artificiale cambia chi fa le cose. Tocca direttamente il sistema della conoscenza».
Dobbiamo averne paura?
«Più che paura, dobbiamo acquisire consapevolezza. La scuola e l’università hanno il dovere di costruire questa consapevolezza, perché quando il cambiamento è così rapido si crea inevitabilmente un problema cognitivo. Anch’io, che lavoro quotidianamente con queste tecnologie, mi rendo conto di quanto sia difficile comprenderne fino in fondo la portata. È uno strumento paragonabile a un’arma: può produrre enormi benefici, ma va maneggiata con grande attenzione. Ci si può sparare sui piedi. È una trasformazione storica paragonabile, per certi aspetti, all’invenzione della stampa di Gutenberg. Allora improvvisamente non era più soltanto la Chiesa a poter diffondere il sapere: chiunque poteva stampare libri. Fu una rivoluzione culturale. Oggi siamo davanti a un cambiamento di portata analoga».
Che cosa distingue l’AI dalle tecnologie del passato?
«Per molti anni la tecnologia ha sostenuto soprattutto il lavoro fisico dell’uomo. Oggi interviene direttamente sui processi della conoscenza. Non è passiva, è attiva. Questo però non significa che sia alternativa all’essere umano. Rimane una macchina. Le redini devono restare sempre nelle mani dell’uomo».
Che cosa dovrebbe fare concretamente la politica?
«I cittadini non possono essere lasciati da soli, sono allo sbaraglio. Servono precise strategie nazionali e regionali, investimenti strutturali nella formazione e nella consapevolezza. Bisogna dare direttive precise ai Comuni. Oggi esistono finanziamenti importanti, anche di milioni di euro, ma spot. Occorrono invece programmi continuativi e su larga scala».
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