Dentro Rfx, l’istituto di Padova che prepara la fusione nucleare

Il consorzio partecipa gli esperimenti per la costruzione di Iter, il primo impianto per la fusione a contenimento magnetico. Giovedì 12 i laboratori saranno accessibili per le visite guidate a partire dalle 15, mentre l’evento di Nem inizierà alle 17: come partecipare

Riccardo Sandre

Circa 300 milioni di euro di investimenti internazionali in infrastrutture di ricerca dal 2009 al 2025, di cui solo 25 arrivano dall’Italia, 230 persone tra dipendenti diretti, ricercatori, dottorandi e consulenti e circa 30 imprese che hanno collaborato e collaborano tutt’ora al progetto.

È questo il Consorzio Rfx, che vede tra i soci fondatori Cnr, Enea, Infn, Università di Padova e Acciaierie Venete, chiamato a sviluppare ricerca sulla fusione in tre grandi apparati sperimentali Rfx-mod2, Spider e Mitica e che ospiterà nel pomeriggio di giovedì 12 marzo l’evento “Energia, il futuro è adesso. L’impatto delle nuove tecnologie nella transizione”, Organizzato dal gruppo Nord Est Multimedia per fare il punto sul tema - sempre spinoso - delle strategie e delle prospettive energetiche del Paese e del Nord Est. Prima dell’evento, che inizierà alle 17, la sede del consorzio sarà visitabile: le visite guidate saranno effettuate a partire dalle 15.

  • Per partecipare è sufficiente iscriversi sul sito www.eventinem.it.

Proprio a Padova ha sede uno degli esperimenti strategici per la realizzazione del primo impianto scientificamente e tecnologicamente decisivo per ottenere la fusione nucleare a contenimento magnetico: Iter, un sistema complesso che permetterà di generare da semplici ioni di Deuterio e Trizio allo stato di plasma energia nucleare sicura, a impatto ambientale zero e auspicabilmente a costi contenuti.

A Padova, il personale e i ricercatori che collaborano con il Consorzio Rfx lavorano principalmente sul sistema di iniezione di particelle neutre da ioni negativi (in inglese “Neutral Beam Injection”) che rappresenta uno dei metodi di riscaldamento del plasma nelle macchine da fusione a confinamento magnetico.

Due, in questo ambito, sono gli esperimenti attualmente in corso: Spider che mira a generare e accelerare ioni a carica negativa, e Mitica, il sistema completo dell’iniettore che porterà il plasma confinato magneticamente (nel tokamak) alla temperatura di 150 milioni di gradi, circa 10 volte quelli presenti all’intero del Sole, così da permettere ai nuclei di Deuterio e di Trizio di fondersi per trasformarsi in Elio e cedendo neutroni energetici. Un sistema che è in grado di produrre potenzialmente 100 volte l’energia necessaria per innescare il processo.

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Una volta perfezionato, sia dal punto di vista delle non banali sfide scientifiche che da quelle tecnologiche, Mitica sarà riprodotto a Cadarache, a Nord di Marsiglia, dove si sta lavorando da anni alla realizzazione del progetto Iter, a sua volta un elemento fondamentale per il passo successivo: Demo, prototipo, in questo caso, di una vera e propria centrale elettrica a fusione.

Un progetto, Iter, che sette tra i principali Paesi del mondo (Russia, Cina, Usa, India, Ue, Giappone e Corea del Sud) sostengono collegialmente e per il quale si prevede una spesa di circa 25 miliardi di euro entro la fine del 2034, quando Iter potrà dimostrare appieno di poter sostenere per tempi lunghi una reazione di fusione nucleare controllata con un saldo netto positivo di energia.

Ai limiti della fantascienza

Una sfida ai limiti della fantascienza che sta attirando da alcuni anni non solo l’interesse della ricerca pubblica ma anche degli investitori privati, pronti a mettere sul piatto fondi considerevoli per poter raggiungere, in tempi più rapidi possibile, quella autonomia dalle fonti fossili che comunque rischia di essere possibile solo attraverso un mix energetico in cui la fusione nucleare sarà presente assieme alla fissione di nuova generazione e alle fonti rinnovabili come il fotovoltaico, l’eolico, il geotermico, l’idroelettrico e così via.

Secondo il Global Fusion Industry Report 2025, i fondi messi a disposizione del settore l’anno scorso hanno raggiunto i 9,7 miliardi di dollari (8,9 dei quali da finanziatori privati) contro i 4,8 miliardi del 2022 (di cui 4,7 sempre da fonti private).

«La vera e propria corsa dei privati a finanziare progetti legati alla fusione nucleare, a confinamento magnetico o inerziale, è un fattore positivo che può contribuire allo sviluppo di quel sistema complesso di conoscenze scientifiche e tecnologie che ci permetterà di raggiungere, in un futuro prossimo, l’obiettivo che condividiamo tutti della decarbonizzazione delle fonti energetiche», spiega il presidente del Consorzio Rfx il professor Piergiorgio Sonato, che sarà tra i relatori dell’evento di giovedì 12.

«E tuttavia non sono pochi i colleghi che per attirare finanziamenti si sono spinti un po’ oltre nell’annunciare scorciatoie ad un processo che comunque è estremamente complesso e, in parte ancora, ai confini del noto dal punto di vista scientifico e tecnologico. Chi assicura energia pulita dalla fusione nucleare entro il 2030 o il 2040 è fuori strada. I tempi sono obiettivamente più lunghi e plausibilmente potremo iniziare a contare su vere e proprie centrali a fusione nucleare ben oltre il 2050, forse anche nell’ultimo quarto di questo secolo».

Ma se la produzione stabile di energia elettrica dalla fusione nucleare probabilmente sarà un lascito che il mondo attuale offrirà alle generazioni future, la ricerca in questo campo non è solamente un volano di sviluppo keynesiano.

Il trasferimento tecnologico

«Il Consorzio Rfx non è nato, non è pensato e non potrà garantire in futuro energia pulita alle imprese del Nord Est», continua Sonato. «Non è sul costo del KWh che si gioca la nostra partnership con il territorio ma sul trasferimento tecnologico come leva di competitività: le circa 30 imprese del territorio e nazionali che collaborano con noi non si giovano solamente del valore dei contratti per la fornitura di componenti che siglano con Rfx. Proprio per la natura delle nostre esigenze, che sono tipiche di un progetto che non ha precedenti, le imprese lavorano alla realizzazione di pezzi e sistemi unici, i cui processi di produzione introducono spesso elementi di innovazione capaci di aprire nuovi orizzonti di mercato».

Gli esempi non mancano.

«Abbiamo collaborato con una piccola impresa francese che ci ha costruito una settantina di sensori per il tokamak europeo Jet», continua Sonato. «Abbiamo accompagnato l’azienda in tutto il processo di validazione del prodotto e grazie a questo percorso l’azienda ha partecipato e vinto un bando in scala industriale per la sostituzione dei sensori delle centrali a fissione della Francia. Alcune imprese che hanno lavorato con noi hanno portato a casa, in seguito, contratti con Iter per 4-5 il valore delle forniture iniziali per il Consorzio Rfx, mentre altre ancora, grazie ai prodotti e alle tecnologie realizzati con noi, hanno potuto accedere a mercati globali ottenendo importanti commesse non solo nel settore della fusione nucleare ma anche in altri e collaterali».

Distretti come quello della meccanica di precisione del Vicentino e dell’elettronica del Nord Est sono tra i protagonisti di una collaborazione operativa e costante con Rfx con il risultato di avere consolidato sul territorio tecnologie e competenze di primissimo piano nel mondo. «Qui in Italia e nel Triveneto», conclude il presidente del Consorzio Rfx, «abbiamo di fatto in mano tutte le tecnologie e le competenze nella meccanica, nell’elettronica di controllo, nella realizzazione dei magneti superconduttori e delle camere a vuoto e via discorrendo per realizzare quasi tutti i componenti di un reattore nucleare a fusione. Una filiera Made in Italy di altissimo livello, scientifica, tecnologica e produttiva, che non si trova in altre parti del mondo, tanto meno negli Stati Uniti. Un patrimonio creato grazie ad una modalità di ricerca, quella sulla fusione a contenimento magnetico, che non ha né può avere scopi militari e che continua a vedere una collaborazione autentica e trasparente anche tra Paesi, soci del progetto, percorsi da tensioni geopolitiche evidenti. Una filiera che si è giovata della capacità di questo territorio di attirare in pochi anni investimenti internazionali per 300 milioni di euro, solo 25 dei quali arrivati dallo Stato italiano. Un successo che va riconosciuto e sfruttato appieno per trasformare un progetto ambizioso come Iter in un’opportunità di crescita tecnologica che va sostenuta e diffusa».

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