Leonardo, fuori Cingolani. Al vertice arriva Mariani
L’amministratore delegato uscente in rotta con il governo per alcune scelte strategiche. Il titolo recupera in Borsa. Fra gli analisti perplessità sui motivi del cambio

Le voci sul successore di Roberto Cingolani alla guida di Leonardo portano benefici al titolo, che ieri ha chiuso la seduta in rialzo del 3,14%, portando a quasi il 4% il recupero negli ultimi due giorni, dopo il crollo dell’8,1% registrato martedì, quando si sono diffuse le voci di defenestramento dell’ad in seguito ai dissidi con il governo italiano.
Da subito si sono fatti due nomi per la successione: Gian Piero Cutillo, attuale responsabile della divisione elicotteri e già Cfo dell’ex-Finmeccanica dal 2012 al 2017, e Lorenzo Mariani, attualmente managing director di Mbda Italia (il principale consorzio europeo nel settore dei sistemi missilistici e delle tecnologie per la difesa, che ha per azionisti Airbus, Bae System e Leonardo) e fino al 2025 condirettore della stessa Leonardo.
Alla fine, l’ha spuntata Mariani indicato come amministratore delegato e affiancato da Francesco Macrì come presidente. Il nuovo capo operativo è apprezzato perché in grado di assicurare da una parte la conoscenza interna del gruppo italiano e dall’altra buone relazioni a livello internazionale. ù
Tra le ragioni del contrasto tra il governo Meloni e Cingolani vi sarebbe l'annuncio del Michelangelo Dome, un ambizioso scudo anti-missile presentato da Leonardo. Secondo alcune ricostruzioni, l'annuncio sarebbe stato giudicato troppo trionfalistico e prematuro da Palazzo Chigi, in quanto presentato come sistema operativo finito piuttosto che come visione strategica.
Questa mossa avrebbe generato tensioni diplomatiche con l'amministrazione Trump, che vede nel piano italiano un potenziale rivale del proprio scudo spaziale Golden Dome. Parallelamente, in Europa, la proposta avrebbe suscitato irritazione presso i partner europei – in primis Francia e Germania - che stanno sviluppando sistemi simili e si sarebbero aspettati un maggiore coordinamento con Roma.
Le critiche al top manager riguarderebbero anche altri ambiti, in primis la tendenza a comunicare accordi strategici che però non si sono tradotti in output prodotti, soprattutto in terra italiana. A questo proposito, dagli addetti ai lavori emergono dubbi. David Coppini, investment manager di First Capital, sottolinea che il punto non è solo la sostituzione di un manager, ma il segnale che si manda agli investitori.
«La vera differenza rispetto ai peer è la governance, dato che Rheinmetall ha un ceo in carica dal 2012, Bae Systems dal 2017 e Saab dal 2019. I concorrenti europei hanno attraversato il riarmo con continuità manageriale; il gruppo italiano rischia invece di cambiare pilota mentre il vento di mercato è più favorevole che mai». E qui arriva il punto più delicato. «Dai documenti ufficiali di Leonardo non emerge una base industriale contro Cingolani», aggiunge Coppini. «Il bilancio 2025 mostra numeri forti, non segnali di deterioramento, e il piano 2026-2030 prevede anzi un aumento degli investimenti».
Quanto ai siti del Nord Est, Ronchi dei Legionari compare come “Center of Excellence Unmanned Systems”, mentre Tessera è indicata come presidio MRO&U per C-130J e Awacs. «Nella documentazione non si trova un impegno puntuale, quantificato e con scadenze precise che consenta di dire che Cingolani abbia promesso certi investimenti e poi non li abbia fatti. Per questo, allo stato dei documenti, la tesi del mancato investimento sembra più una giustificazione politica ex post che una contestazione industriale davvero supportata dai fatti», conclude.
Paolo Pescetto, presidente di RedFish LongTerm Capital, si mostra più prudente. «La valutazione sul titolo Leonardo resta comunque positiva, soprattutto alla luce del fatto che opera con profitto in settori in rapida crescita come la difesa e l’aerospaziale», spiega il gestore.
In un contesto di forti tensioni geopolitiche, aggiunge, la società può beneficiare di nuove commesse, forte di «una struttura ben oliata, in grado di reggere anche eventuali impatti dovuti al cambio di governance». Dunque, se le voci di mancata ricandidatura di Cingolani al vertice hanno allarmato il mercato, «vista l’esperienza e la qualità del manager e i risultati ottenuti finora», per Pescetto ci sono ragioni per guardare con ottimismo al futuro, con Mariani che dovrebbe garantire continuità al piano industriale.
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