L’economista Chiara Mio: «Non solo ambiente, anche salario e governance nell’azienda sostenibile»

Le risorse «sono limitate». Ed è stata la consapevolezza di quella che parrebbe un’ovvietà, a imporre il tema della sostenibilità, anche a fronte «di una crescita significativa della popolazione mondiale e dei bisogni, anch’essi in incremento, e per fortuna - è la considerazione dell’economista Chiara Mio -, perché se ripensiamo ai nostri livelli di sanità e di istruzione, ad esempio, nel raffronto con 50 anni fa, sono profondamente diversi». Da qui, dunque, l’imperativo di affrontare il tema della sostenibilità nel lungo termine e dell’uso responsabile delle risorse.
Ma in che modo lo affrontiamo?
«Ripensando il modello di sviluppo».
C’è chi teorizza altro, la decrescita felice, ad esempio.
«Non credo nella diminuzione dello sviluppo e non credo che la decrescita possa essere felice, quindi non la trovo una proposta interessante. Penso invece che ci si debba muovere verso la soddisfazione dei bisogni utilizzando meglio le risorse. Uno sviluppo responsabile è il modello del futuro».
Facciamo un esempio.
«Pensiamo all’automobile. Ogni famiglia ne ha una o più d’una, ma qual è il suo effettivo utilizzo? Al di là di casi specifici, mediamente trascorriamo in auto il 5% del tempo. La domanda è: vale la pena sborsare una cifra, anche importante, per un bene che utilizziamo così poco? Per non parlare delle risorse necessarie a produrre quel bene che teniamo parcheggiato in garage per il 90% della sua vita. Altri modelli ci permetterebbero invece di soddisfare il nostro bisogno di mobilità risparmiando risorse, penso al pay per use: pago per utilizzare l’auto quando ne ho necessità».
Un nuovo paradigma e una nuova mentalità.
«Esattamente. Diamo per scontato il possesso di alcuni beni, e invece dovremo cambiare il modo in cui li utilizziamo. In questo ragionamento l’impiego delle risorse diventa cruciale e la circular economy dà un grande apporto».
Veniamo alle imprese, una recente indagine di Foréma evidenzia come, tra le aziende nordestine, una su due dichiara di essere green, ma solo una su 20 misura la propria sostenibilità.
«Il dato credo sia coerente con la dimensione delle imprese. Strumenti accurati di misurazione sono necessari quando l’azienda cresce dimensionalmente, quando l’impresa è piccola le cose le fa ma non le misura».
Per un’azienda cosa significa essere sostenibile?
«Ricordiamo che la sostenibilità ha tre pilastri: sociale, ambientale e governance, tutti questi fattori devono essere sempre oggetto dell’agire di un’impresa. Non basta ridurre le emissioni se non ti occupi del benessere dei tuoi dipendenti o se la tua gestione non è etica».
E le imprese del Nordest a che punto sono?
«Oggi nessuna mette in discussione la sostenibilità. Le aziende del Nordest sono mediamente più avanti sia per le scelte degli imprenditori, front runner che hanno capito prima di altri l’importanza della sostenibilità, sia perché inserite nelle filiere di vari settori in cui grandi imprese sono punto di riferimento. Da sempre le scelte dei grandi gruppi riverberano effetti sui fornitori, perché, esemplificando, se un colosso del mobile dichiara determinate caratteristiche nel proprio prodotto, chiederà al fornitore di certificarle, imponendo in questo modo un percorso, anche virtuoso, di cambiamento».
Non tanto per scivolare nel dibattito politico, ma se parliamo del pilastro “sociale” a me viene in mente il tema salari, oggi che molto si discute di salario minimo. Secondo lei?
«La remunerazione deve essere equa, e dentro l’equità c’è il principio del living wage, ovvero di un salario che consenta alle persone di vivere dignitosamente. È un parametro di cui tenere conto e non solo guardando al produttore finale: ci sono enti che certificano se i dipendenti dei fornitori che realizzano una parte del prodotto in altri Paesi, vengano remunerati in maniera equa. In Italia a me pare ci sia un tema sia relativamente al salario, sia per la qualità del lavoro, troppo spesso precario. Un’azienda che fa ricorso alle risorse umane senza retribuirle adeguatamente e non stabilizza i propri dipendenti, è un’azienda che non investe sul futuro, e quindi dubito possa avere molto successo. Aggiungo che è difficile attrarre competenze se le premesse sono queste».
Parità di genere e gender pay gap sono capitoli dello stesso libro...
«Il gender pay gap, la differenza retributiva legata a genere, è un altra questione cruciale che molte imprese negano essere presente salvo poi, quando si vanno a guardare i dati, scoprire che invece esiste. Diciamo che sarebbe importante impegnarsi oggi per far sì che questo non accada più in futuro».
Da un lato l’impegno delle imprese, dall’altro la politica che dovrebbe sostenere il percorso e che spesso è in ritardo.
«Tra gli obiettivi Esg ce n’è uno che richiede espressamente una partnership pubblico-privato. Quindi è fondamentale che ci sia una direzione condivisa e un ritmo congiunto altrimenti si verificano discrasie».—
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