Lavoro, il Veneto rischia il sorpasso: entro otto anni ci saranno più pensionati che occupati
L’analisi della Cgia: nel 2025 gli occupati sono stati 2,2 milioni a fronte di oltre 1,8 milioni di assegni erogati, negli anni Ottanta era di 3 a 1. L’effetto del declino demografico e i casi limite di Belluno e Rovigo dove il sorpasso è già avvenuto

Nel 2025 in Veneto avevamo 2,2 milioni di occupati, mentre tutti gli enti erogatori di trattamenti pensionistici e assistenziali hanno pagato oltre 1,8 milioni di pensioni: un rapporto sempre più prossimo all’1 a 1.
Negli anni Ottanta del secolo scorso, invece, era di 3 a 1. Il calo delle nascite e l’aumento dell’aspettativa di vita che si sono verificate negli ultimi cinquant’anni hanno spinto anche la nostra regione verso un declino demografico molto preoccupante, con conseguenze inevitabili anche per il mondo del lavoro. Non è da escludere che il sorpasso si verificherà entro 7 o 8 anni.
Una tendenza che nel Paese si è già verificata nel Mezzogiorno e che, purtroppo, si sta estendendo anche al Centro-Nord. L’analisi è stata realizzata dall’Ufficio studi della Cgia.
Tra il 2025 e il 2029 tre milioni andranno in quiescenza
Nel breve termine il quadro è destinato ad aggravarsi. Le previsioni indicano che, tra il 2025 e il 2029, usciranno dal mercato del lavoro 291.200 veneti (il 13 per cento del totale occupati). Pertanto, anche nella nostra regione nell’arco di pochi anni si assisterà a un vero e proprio esodo dagli uffici e dagli stabilimenti produttivi, con centinaia di migliaia di lavoratori destinati a passare dall’occupazione all’inattività.
Ne deriveranno ripercussioni sociali, economiche e occupazionali di portata storica. Questo fenomeno è già avvertito dal nostro mondo datoriale, alle prese da tempo con una crescente difficoltà di reperire manodopera disponibile per l’attività in fabbrica e nei cantieri. Figuriamoci fra qualche anno, quando la fuga di impiegati e operai verso la pensione svuoterà uffici e capannoni.
Le piccole imprese sono le più penalizzate
Come dicevamo più sopra, l’invecchiamento della popolazione non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese. Anche nel Veneto il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è bloccato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita.

Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali. Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa.
Per frenare la fuga bisogna assumere donne e giovani
Nonostante negli ultimi anni l’occupazione sia aumentata anche in Veneto, il nostro tasso di occupazione femminile e giovanile è molto inferiore rispetto a quello delle regioni più sviluppate d’Europa.
Pertanto, se vogliamo mitigare almeno in parte l’uscita degli oltre 290 mila lavoratori che entro il 2029 andranno in pensione, dobbiamo allargare la platea occupazionale reperendo forza lavoro tra donne e giovani. Una sfida importante che non dobbiamo assolutamente sottovalutare: ne va del futuro del nostro sistema economico.
Reggio Calabria, Taranto e Lecce sono le realtà più in difficoltà
Dall’analisi del saldo tra il numero di occupati e le pensioni erogate nel 2025, la situazione più squilibrata d’Italia si è verificata nella Città metropolitana di Reggio Calabria: la differenza è stata pari a -90.368. Seguono la provincia di Taranto con -87.189, Lecce con -85.508 e Messina con -76.936.
Va segnalato che l’elevato numero di assegni pensionistici erogati nel Mezzogiorno non è ascrivibile alla eccessiva presenza delle pensioni di vecchiaia o anticipate, ma all’elevata diffusione dei trattamenti assistenziali e di invalidità.
Situazione squilibrata anche a Belluno e Rovigo
È molto probabile che nei prossimi anni la situazione peggiori in tutto il Paese, anche nelle zone del Nord più sviluppate economicamente. Tuttavia, già oggi ci sono 11 province settentrionali che al pari della quasi totalità di quelle meridionali registrano un numero di pensioni erogate superiore a quello dei lavoratori attivi.
Tra queste segnaliamo anche le nostre Belluno con -213 e Rovigo con -5.652. Delle 102 province d’Italia monitorate in questa analisi dall’Ufficio studi della Cgia, solo 54 presentano un saldo positivo.
Grazie anche alla presenza dei lavoratori stranieri che contribuiscono ad aumentare la platea degli occupati, la provincia di Padova guida la nostra classifica regionale con una differenza tra occupati e pensioni erogati pari a +88.036. Seguono Verona con +83.603, Treviso con +67.554, Vicenza con +59.332 e Venezia con +58.781.
Tutto il Mezzogiorno ha più pensioni che occupati
Analizzando il saldo tra numero delle pensioni e quello degli occupati tutte le regioni del Mezzogiorno presentano un dato anticipato dal segno meno. Le situazioni più critiche interessano la Sicilia con -186.462, la Calabria con -220.349 e, specialmente, la Puglia con -263.020.
L’unica regione del Nord con saldo negativo è la Liguria (-4.767) e tra quelle del Centro scorgiamo le Marche (-10.489) e l’Umbria (-24.094). In questo ranking regionale il Veneto con un saldo pari a +351.442 si colloca tra i più virtuosi ed occupa la terza posizione dopo la Lombardia (+814.024) e il Lazio (+365.793).
Il nodo anzianità dei lavoratori
Come dicevamo più sopra, con tanti pensionati e pochi giovani, anche le imprese sono in seria difficoltà. Reperire sul mercato del lavoro figure professionali altamente specializzate è ormai diventata un’impresa quasi impossibile.
Nel 2024 la regione che presentava l’indice percentuale degli over 50 sul totale dei dipendenti privati più elevato era il Friuli Venezia Giulia con 35,7. Significa che ogni 100 dipendenti, ve ne sono 35,7 che hanno oltre 50 anni.
Seguono la Liguria con 35,6, la Basilicata con 35,1, la Toscana con il 34,5, Piemonte e Molise entrambe con 34,3. Nel ranking regionale il Veneto si colloca a metà classifica con un’incidenza del 33,3 per cento. Praticamente un lavoratore dipendente veneto su tre è over 50. Il dato medio nazionale, infine, è pari al 32,7.
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