La crescita italiana si sblocca usando il risparmio nazionale per infrastrutture e talenti

L'analisi sui numeri dello sviluppo: dalle strozzature infrastrutturali alla fuga di 58 mila laureati, le leve pubbliche per mobilitare il risparmio privato ed evitare il declino

Paolo CostaPaolo Costa
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene all'Assemblea Generale di Assolombarda 2026
La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni interviene all'Assemblea Generale di Assolombarda 2026

La presidente del Consiglio, davanti agli industriali di Assolombarda, ha rivendicato una crescita del Pil italiano salito dallo 0,6 a circa l’1 per cento. E di voler puntare ad aumentare la prosperità degli italiani con bonus e riduzioni di imposte pagati dalla “flessibilità” (permesso di indebitare ancora di più le generazioni future) da ottenere a Bruxelles. È una lettura che scambia un decimale congiunturale per una svolta strutturale.

La situazione

I numeri raccontano altro. Nel 2025, su 186 economie censite dalla Banca Mondiale, 160 sono cresciute più dell’1 per cento: l’Italia era fra le 26 rimaste sotto. Fra il 2007 e il 2025 il Pil reale italiano è cresciuto in tutto dell’1,9 per cento: lo 0,1 per cento l’anno. Su 183 economie al mondo solo dieci hanno fatto peggio, e fra quelle avanzate soltanto la Grecia. Nello stesso periodo la Germania è cresciuta del 16 per cento, la Francia del 18, la Spagna del 19, gli Stati Uniti del 42. Spagna e Portogallo hanno subito le nostre stesse crisi, quelle del 2009 e dei debiti sovrani, ma sono cresciuti nove volte più di noi. Il problema non sono stati gli choc, è che in Italia il valore aggiunto per ora lavorata è oggi appena sopra il livello del 1995 e i salari reali restano quasi del 9 per cento sotto quelli del 2008: il “peccato originale” sta tutto nella bassa produttività. Questa è la trappola.

L’ipoteca

La produttività non cresce, i salari nemmeno, i giovani più qualificati partono e il capitale umano si impoverisce. Nessuno scostamento la rompe. Con un debito al 137 per cento del Pil, ogni euro preso a prestito per sostenere i consumi è un’ipoteca sui redditi futuri, e la sostenibilità del debito dipende proprio dalla crescita che quel debito non produce. Lo Stato non controlla i tassi d’interesse; può invece, volendolo, fare molto per il reddito potenziale: la componente più trascurata, la produttività totale dei fattori è pressoché tutta nelle sue mani. Due leve, entrambe pubbliche, la determinano in modo decisivo. La prima sono le infrastrutture produttive: trasporti, energia, digitale, acqua. L’evidenza internazionale insegna che un’infrastruttura alza la produttività del sistema quando rimuove una strozzatura: la rete autostradale interstatale americana degli anni Cinquanta e Sessanta produsse un salto permanente nel livello di produttività, mentre l’alta velocità spagnola, costruita prima della domanda, rende ancora poco o nulla.

I nodi

L’Italia di strozzature ne ha di evidenti. Importa circa tre quarti dell’energia che consuma, contro una media europea del 57 per cento, e la sua rete elettrica è interconnessa con l’estero per appena il 5 per cento della capacità, contro un obiettivo europeo del 15. Perde il 42 per cento dell’acqua immessa nelle reti, e le grandi dighe trattengono una frazione minima delle piogge. Il treno porta il 12 per cento delle merci, contro il 17 della media europea. Quanto al digitale, a mancare non è più la fibra in città, ma la capacità di calcolo: le richieste di allacciamento dei data center alla rete superano i 40 gigawatt, ma le stime realistiche ne prevedono l’offerta di un paio entro il 2030.

Il Pnrr ha dato una spinta, soprattutto a ferrovie e porti, ma non ha cambiato gli stock. La stessa Commissione europea avverte che servirà uno sforzo sostenuto ben oltre il 2026 per vedere qualche risultato utile.

La fuga

La seconda leva è il capitale umano di talento. Fra il 2019 e il 2023 l’Italia ha perso, al netto dei rientri, 58 mila laureati fra i 25 e i 34 anni. Ne forma pochi, appena il 31 per cento dei giovani contro il 45 della media europea, e quei pochi li occupa peggio di chiunque altro nell’Unione. Ma se osserviamo che chi parte non va genericamente “all’estero”: va a Londra, Monaco, Parigi, Zurigo, Stoccolma, etc. cioè in grandi città che offrono non solo stipendi migliori e carriere più rapide, ma anche una qualità della vita urbana che le nostre metropoli faticano a garantire, ci troviamo di nuovo di fronte a carenza di “infrastrutture”, del capitale fisso sociale “città”. Trattenere i talenti significa salari e prospettive che solo imprese più grandi e più produttive possono pagare, ma anche città dove un giovane laureato voglia (e possa permettersi di) vivere. Sono, di nuovo, infrastrutture.

Le risorse

Resta la domanda decisiva: con quali risorse, se lo Stato fatica persino a coprire la spesa corrente? La risposta – che interpella la politica – è che l’Italia non è un Paese povero di risparmio. Le famiglie detengono una ricchezza finanziaria netta pari a oltre due volte il Pil. Il Paese risparmia più di quanto investa. Una parte rilevante di quel risparmio finisce in titoli esteri, come oltre metà del portafoglio delle compagnie assicurative, o resta immobile nei depositi, mentre la Borsa italiana vale meno del 40 per cento del Pil, contro una media europea del 70. Il problema non è la quantità del risparmio, ma la sua destinazione. Qui la politica economica ha una responsabilità precisa. Le reti energetiche e idriche si finanziano in tariffa e con il mercato, se le autorizzazioni arrivano in tempi certi e lo Stato separa il ruolo di regolatore da quello di azionista. Fondi pensione e assicurazioni possono finanziare infrastrutture e crescita delle medie imprese, se esistono veicoli di lungo periodo come quello che in Francia ha mobilitato circa 13 miliardi verso le imprese tecnologiche. Ma dal risparmio nazionale possono arrivare anche i finanziamenti destinati là dove il mercato non arriva: i colli di bottiglia ferroviari e logistici, le università, i servizi che rendono le città vivibili.

Le scelte

Per farlo occorre solo decidere di dedicarsi meno a mance distribuite alle clientele. Una legislatura dura cinque anni, abbastanza per cambiare la traiettoria di un Paese. Un programma di governo che punti a un’Italia più prospera alla fine del mandato, e non soltanto a vincere le elezioni, deve misurarsi con tre domande. Quali strozzature infrastrutturali rimuove, e con quali risorse? Come trattiene e attrae il talento? Quali istituzioni portano il risparmio degli italiani verso gli investimenti produttivi, pubblici e privati? Chi non risponde sta solo gestendo il declino di un’economia che da vent’anni cresce meno di quasi tutte le altre al mondo.

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