La stangata per i terminal portuali: una montagna di cause sulle ferie

Venezia e Trieste diventano apripista dei contenziosi legali che chiedono alle aziende di pagare le indennità di mansione. In Italia esborsi potenziali da 300 milioni per una direttiva Ue

Diego D’amelio

 

 

Centinaia di contenziosi in tutta Italia, con i porti di Venezia e Trieste a fare da apripista in una partita che potrebbe costare alle aziende terminalistiche nazionali fino a 300 milioni di arretrati da pagare. È l’effetto trascinamento di una direttiva Ue del 2003 di cui, con molti anni di ritardo, ci si è accorti anche qui e che si sta traducendo in un braccio di ferro tra lavoratori e imprese, con impatto particolare nei trasporti e nella logistica, ma con ricadute anche per pubblico impiego e sanità.

I piloti

La questione riguarda le ferie godute negli ultimi 19 anni da chi svolge lavori che prevedano indennità di servizio. Nel 2011 la Corte di giustizia europea ha dato ragione alla pilota Sally Williams che, assieme ad altri 2.750 colleghi di British Airways, si è vista riconoscere il principio che un lavoratore in ferie non può ricevere solo la paga base, sensibilmente più bassa rispetto ai giorni lavorati, perché ciò costituisce un disincentivo a fare le ferie e quindi una limitazione dei diritti. Pronuncia che alla compagnia inglese è costata 35 milioni di sterline di arretrati.

Il principio è stato riconosciuto anche in Italia con sentenze arrivate fino alla Cassazione nell’ambito del trasporto ferroviario e della sanità. Della questione ci si è accorti anche nei porti, dove sono cominciate cause che promettono di allargarsi a macchia d’olio e costare caro a terminalisti e imprese prestatrici di manodopera. I procedimenti individuali vengono accorpati davanti al giudice del lavoro, mettendo insieme i dipendenti di una stessa azienda. Ed è scontato che, dopo i primi pronunciamenti positivi, si aggregheranno i lavoratori che non si sono ancora messi in moto.

Nei porti

A Venezia è già arrivato a sentenza di primo grado il terminal container Tiv, controllato da Msc. E cause sono state intentate a Vecon (Psa International), Fhp e Nuova compagnia lavoratori portuali. A Trieste si sono tenute nei giorni scorsi le prime udienze relative a Tmt (Msc) e Agenzia per il lavoro portuale: in entrambi i casi i ricorrenti sono una trentina, con giudizi attesi nella seconda metà del 2027, dopo gli accertamenti contabili sulle singole posizioni. Più nutrita la lista delle 111 cause per il terminal Psa di Genova, cui si aggiungono quelle contro Porto petroli. I portuali hanno cominciato un po’ dappertutto a prendere contatto con gli avvocati che stanno patrocinando le cause: i prossimi sviluppi a Gioia Tauro, Civitavecchia e Ravenna.

Per i terminalisti il conto si preannuncia salato. Il calcolo riguarda il mancato pagamento delle voci variabili che mancano quando il lavoratore è in ferie: straordinari, flessibilità e accordi secondo livello su incentivi, produttività, indennità di presenza e funzione. Cifre che valgono decine di euro al giorno, moltiplicate fino a 19 anni di ferie, con arretrati che possono valere il 20-30% di quanto ricevuto dal lavoratore, cui aggiungere la parte corrispondente di tfr e contributi.

I conti

Con due diverse sentenze emesse a fine 2025, il Tribunale del lavoro ha riconosciuto a 32 dipendenti del Terminal intermodale Venezia un milione di euro. Tiv ha fatto appello e versato intanto 700.000 euro, chiedendo di rateizzare il resto. Le cifre per i singoli variano fra 11.000 e 33.000 euro, a seconda dell’anzianità e della mansione. Più contenute le cifre attese dai lavoratori del trasporto pubblico veneziano, con Actv in causa o in fase di transazione con centinaia di lavoratori. Nel caso di Trieste, se tutti i dipendenti intentassero causa, si stima che Tmt si ritroverebbe esposta per oltre 3 milioni e Alpt per quasi 2.

La questione non si limita ai porti. Caronte ha perso in Cassazione, aprendo la strada dei contenziosi anche fra marittimi e armatori. La Corte d’appello a maggio ha riconosciuto poi il diritto a percepire indennità di turno, servizio notturno e festivo ai dipendenti pubblici. E ci sono gli operatori sanitari e il personale viaggiante ferroviario, con decine di pronunce per Trenitalia, Trenord e Mercitalia Rail. Prima ancora, il trasporto aereo e quello pubblico locale, dove sono in piedi trattative per evitare i tribunali. Si attende adesso l’autotrasporto. Un potenziale tsunami in tutti quei settori dove ci sono quote variabili e flessibilità.

Il rischio caos

Il quadro varia molto da settore a settore, da azienda ad azienda e da lavoratore e lavoratore, con il rischio di pronunce difformi da un tribunale all’altro. Tornando ai porti, l’associazione di categoria Assiterminal spera in un intervento del governo che forfettizzi le somme e riduca la retroattività, che oggi arriva a 19 anni, perché la prescrizione dei crediti da lavoro si applica fino a 5 anni prima dell’introduzione della riforma Fornero, potendo quindi spingersi al 2007. I sindacati confederali stanno a loro volta promuovendo mediazioni in molte aziende, cercando transazioni sul pregresso e accordi per il futuro, perché lasciare la soluzione a contenziosi legali significa trasformare in un Vietnam la prossima contrattazione di primo e secondo livello.

Alessandro Ferrari, direttore di Assiterminal, chiede che «nel prossimo contratto nazionale si intervenga per sanare la questione da qui in avanti, come condiviso dai sindacati, perché tutte le parti hanno interesse a difendere il contratto collettivo, mantenere in equilibrio i costi delle aziende e salvaguardare le prerogative dei lavoratori. Per risolvere la difficile situazione del pregresso, sarebbe auspicabile un intervento legislativo per contenere ad esempio i termini della prescrizione quantomeno a cinque anni. Senza mettere in discussione i diritti dei lavoratori, oggi ci sono aziende che rischiano grosso e in tutta Italia ci sono contenziosi potenziali per qualche centinaio di milioni. Speriamo che il governo intervenga nei prossimi decreti».

 

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