Electrolux apre a un nuovo piano, i sindacati: «Segnali ancora inadeguati»
Confronto di oltre tre ore a Roma con i vertici dell’azienda. «Indispensabile un intervento straordinario del governo». Negli stabilimenti resta confermato lo stato di agitazione. Le lavasciuga di Porcia, secondo il piano originario, destinate a Cina o Thailandia

Tre ore e mezza di confronto a tratti duro, difficile, dove il tono delle diverse voci si è talvolta alzato.
Ma alla fine, il secondo tavolo Electrolux al Mimit a Roma, un risultato, seppure in fase embrionale, lo ha prodotto.
Secondo Cgil, Cisl e Uil, che al termine della maratona hanno diffuso un comunicato unitario, la multinazionale svedese «avrebbe espresso una disponibilità di massima a discutere di un nuovo piano», riponendo una volta per tutte la mannaia dei 1.719 licenziamenti e la chiusura della fabbrica di Cerreto d’Esi, dove si producono le cappe di aspirazione.
Se di apertura si tratta, le condizioni di Electrolux, ieri rappresentata dai vertici italiani, il direttore di produzione Massimiliano Ranieri e la responsabile delle Risorse umane Marzia Segato, per rivedere le proprie strategie sono però piuttosto vincolanti.
Ovvero interventi specifici e possibilmente celeri su alcune leve di competitività, quali la modifica della tassa ambientale europea Cbam che applica un costo alle emissioni di CO2 incorporate nei prodotti (anche la componentistica) importati da Paesi extra-Ue, il prezzo dell’energia in Italia considerato troppo elevato, la modifica dell’attuale organizzazione del lavoro, il sostegno all’innovazione e il contenimento dei costi strutturali nei vari siti.
Insomma situazioni che investono anche decisioni a livello Ue, oltreché italiane.
Ma Bruxelles finora, riguardo l’accantonamento della Cbam, si è dimostrata sorda, nonostante le ripetute pressioni di Italia e Germania, sollecitate a gran voce anche dalle loro imprese siderurgiche, acciaierie e dell’automotive.
Ranieri e Segato hanno illustrato la posizione della multinazionale del bianco attraverso alcune slide e hanno portato al tavolo numeri, cifre e valutazioni.
Electrolux, che al termine dell’incontro non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, né diramato note stampa, ha dettagliato le dinamiche che negli ultimi anni l’hanno indotta a rivedere in peggio i piani per l’Europa e per l’Italia.
Ovvero una domanda di mercato post pandemia inferiore alle proiezioni, un calo dei prezzi medi di vendita dei prodotti, una maggiore capacità concorrenziale delle case asiatiche rispetto al previsto grazie ai minori costi di produzione.
Infine sono rientrate, dopo una prima impennata, anche le tariffe di trasporto dall’Asia all’Europa, restituendo così un vantaggio competitivo ai player cinesi.
La direzione aziendale, nella sua esposizione, ha poi dichiarato che «nel piano originario alcuni elettrodomestici oggi costruiti in Italia, nello specifico lavasciuga di Porcia e piani cottura di Forlì, dovrebbero essere destinati a Thailandia o Cina».
Da parte di Cgil, Cisl e Uil e del coordinamento Rsu, c’è attesa per i prossimi step.
Aver evitato che il tavolo andasse a gambe all’aria, può essere già considerato un successo, almeno in questo frangente.
«La disponibilità di Electrolux c’è, ma in modo ancora generico e del tutto insufficiente», dichiarano Massimiliano Nobis per la Fim Cisl, Gianluca Ficco per la Uilm e Barbara Tibaldi per Fiom Cgil», «inoltre emerge con sempre maggiore evidenza che solo un intervento straordinario delle istituzioni può salvaguardare il settore e sbloccare in modo positivo la vertenza. Nel prossimo incontro del 14 luglio attendiamo delle prime risposte dall’azienda, a partire dal destino di Cerreto, mentre il 21 chiederemo un’azione forte al governo Meloni e alle Regioni».
Consapevoli, i sindacati, che la strada per arrivare a un punto di caduta soddisfacente, è ancora tortuosa. «Giacché è impossibile pensare di inseguire i concorrenti asiatici tagliando il costo del lavoro o pensare di recuperare il gap competitivo con la sola produttività», dicono Fim, Fiom e Uilm, «occorre premere in sede Ue per una modifica della tassa europea Cbam, che oggi paradossalmente insiste sulle importazioni dei soli componenti, ma non sugli elettrodomestici finiti, e verificare con governo e Regioni quali azioni straordinarie possono essere intraprese per salvaguardare il settore degli elettrodomestici in Italia e sbloccare la vertenza Electrolux, a partire dal costo dell’energia e dal sostegno alla ricerca».
Più negativa la posizione del sindacato autonomo Usb, che non vede luce in fondo al tunnel.
«Electrolux descrive il mercato, il gap competitivo, il costo dell’energia, la pressione asiatica, la logistica, la saturazione degli impianti», si legge in un comunicato di Usb, «ma quando si arriva alla domanda decisiva, ovvero cosa intende fare l’azienda per evitare licenziamenti e chiusure, la risposta resta assente. Come Usb siamo intervenuti ponendo innanzitutto un problema di metodo. I tavoli tecnici possono servire ad acquisire informazioni e a verificare i numeri. Ma non possono diventare il luogo in cui l’azienda accompagna progressivamente le organizzazioni sindacali e il governo verso l’accettazione del proprio piano. Oggi il rischio è esattamente questo».
Al di là della dialettica e delle prese di posizione, ci sono due certezze.
Il prossimo tavolo tecnico è stato fissato per martedì 14 luglio, saltando così l’appuntamento del 7 luglio. Confermato anche il vertice con il ministro Urso e le Regioni il 21 luglio. Ma nemmeno quella sarà una tappa decisiva: la trattativa, inevitabilmente, scivolerà a settembre, alla riapertura delle fabbriche. I sindacati confermano infine lo stato di agitazione «pronti a riprendere gli scioperi in caso di forzature o azioni unilaterali da parte della multinazionale».
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