Indagine sul lavoro dipendente a Nordest: paghe mangiate dall’inflazione
Il report delle Acli sui salari dipendenti: cresce il multi-job che «non è un segnale di dinamismo. Chi lavora per più datori guadagna un terzo in meno di chi ne ha uno solo»

Veneto e Friuli Venezia Giulia confermano la propria posizione centrale nell’economia nordestina, ma le aziende di questi territori corrispondono salari che non compensano l’inflazione, arrivata al 18 percento.
In altre parole, laddove si registri un aumento delle retribuzioni, nella maggior parte dei casi non è sufficiente a restituire il potere d’acquisto alle persone, complice una crescita dell’inflazione che diventa ogni giorno più preoccupante. È questo, in sintesi, il messaggio della ricerca sul lavoro in Veneto e Fvg condotta dall’Istituto di Ricerca di Acli (Iref), partendo dai dati raccolti dai Caf delle regioni. In più aumenta la quota di multilavoro, che «non è un segnale di dinamismo. Chi lavora per più datori guadagna un terzo in meno di chi ne ha uno solo, è la risposta individuale a un mercato che non offre alternative»
I redditi

L’indagine prende in esame il periodo 2020-2025: analizzando i redditi da lavoro dipendente e assimilato di 44 mila lavoratori veneti, emerge una crescita nominale del 19,2% che, però, non è distribuita in modo uniforme. Di questi 44 mila, solo la metà ha avuto un aumento rispetto all’inflazione cumulata pari al 18%, mentre l’altra metà ha avuto sì un aumento, ma insufficiente a compensare gli effetti dell’inflazione:
«In questo caso, i soldi in più sono stati erosi dal caro delle bollette e dall’aumento dei costi» dice Gianfranco Zucca, direttore dell’Iref, «Il 16,3% del campione preso in considerazione, guadagna meno oggi rispetto al 2020. Questi dati sono in linea con il trend nazionale, ma si evidenzia come una delle economie da sempre più attive e fiorenti non riesca a compensare l’inflazione».
Sempre in questo contesto, 6 lavoratori su 10 restano nella stessa fascia di reddito, quindi non vedono una crescita in termini di carriera che abbia prodotto un miglioramento del salario.
«L’unica eccezione è la provincia di Treviso, dove i redditi da lavoro dipendente sono cresciuti del 24,5%, quindi 6,5 punti percentuali più dell’inflazione» prosegue Zucca, «in altre province venete, come Verona o Vicenza, i redditi da lavoro sono cresciuti del 17,8% e del 18,1%, mentre Padova si attesta a +17,4%».
Il quadro a Nordest

In uno scenario sostanzialmente uniforme tra le due regioni, si evidenzia una situazione leggermente migliore in Friuli Venezia Giulia, dove l’indagine ha preso in esame i redditi da lavoro dipendente o assimilato di 9.300 lavoratori. Qui, i salari nominali sono passati da 25.900 euro nel 2020 a 31.280 nel 2025, con una crescita del 20,6%, la percentuale più alta tra le regioni del Nordest.
I lavoratori che hanno visto un aumento del salario tale da compensare l’inflazione sono il 49,7%, mentre il 34,8% ha registrato una crescita che non è stata sufficiente a colmare il gap con l’aumento del costo della vita, e un 15% ha visto addirittura una diminuzione del reddito.
Fenomeno erosione
«Il quadro che emerge da questa indagine è decisamente preoccupante» dichiara il presidente nazionale di Acli, Emiliano Manfredonia, «Pur considerando il Nordest come la locomotiva d’Italia, è evidente come il potere d’acquisto sia stato eroso. Considerando che abbiamo preso in esame le persone con reddito, si evince come la situazione generale sia anche peggiore. Si registra una perdita del potere d’acquisto pari all’11%, un fattore che sta portando le persone a rivedere la propria ottica di spesa, con tagli anche drastici».
Le rinunce riguardano, in particolare, le spese per i figli e quelle per la salute, che passano in secondo piano rispetto a quelle essenziali, come la casa o il cibo. «Spesso» prosegue Manfredonia, «le persone rinunciano a curarsi o fanno solo una parte delle cure, proprio perché non hanno la possibilità di farlo. È una situazione abbastanza seria».
Alla base di questo sgretolamento del potere d’acquisto ci sarebbe un elemento riguardante direttamente le aziende: «Bisogna cambiare il paradigma e, anziché giocare la competitività sul contenimento dei costi, tra cui anche quello delle risorse umane, è indispensabile puntare e investire sulla qualità dei prodotti e dei processi».
E come fare per trattenere i giovani talenti nelle aziende locali e nel territorio? «Quando entrano nel mondo del lavoro, i giovani devono destreggiarsi tra stage, tirocinii, percorsi di formazione ed è una sorta di corsa ad ostacoli» prosegue Manfredonia, «È così che scelgono di emigrare all’estero. Sindacati, politica e istituzioni devono intraprendere misure nella direzione di un aumento sensibile dei salari, attraverso incentivi fiscali alle aziende e percorsi che per lo sviluppo e la valorizzazione dei talenti».
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